AFFIDO E ADOZIONE: UN BAMBINO, QUANTO TEMPO DEVE RESTARE IN COMUNITA’?


È una domanda che mi faccio ogni volta che incontro la storia di un adolescente che vive in una struttura.

In Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma racconto di due fratelli entrati in comunità da piccoli e usciti dieci anni dopo. Dieci anni non sono un’attesa: sono un’infanzia.

Al contrario di quanto si possa pensare, io credo profondamente nel lavoro delle buone comunità: una comunità può proteggere, contenere e contribuire a riparare quando un bambino deve essere allontanato da un ambiente familiare segnato da trascuratezza, maltrattamento, violenza.

Tra gli operatori si usa spesso l’espressione far decantare un minore: la comunità aiuta a far decantare il minore.

Decantare non è un termine tecnico, si usa solo per descrivere il periodo in cui il bambino – allontanato dal contesto familiare che ha contribuito alla sua sofferenza – viene inserito in comunità per ritrovare stabilità, routine, regole, presenza di adulti affidabili.

E’ anche un tempo che consente agli operatori di osservarlo: capire come entra in relazione con i coetanei e le figure adulte, quali sono le sue risorse e le sue fragilità, quali comportamenti si attenuano quando si sente al sicuro e quali invece richiedono interventi specifici.

Ed è anche un tempo prezioso durante il quale le istituzioni, valutano la situazione della famiglia d’origine, le sue possibilità di recupero e, soprattutto, quale progetto di vita possa rispondere meglio ai bisogni di quel bambino (rientro in famiglia? affido? adozione?…).

E qui arriviamo al punto cruciale: decantare, quindi, non può significare far passare il tempo per vedere cosa succede, piuttosto dovrebbe invece indicare un tempo, specifico e limitato, di osservazione e valutazione. Un tempo progettuale.

E quanto deve durare questo tempo?

La Legge 184/1983, significativamente intitolata Diritto del minore ad una famiglia, stabilisce che il bambino temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, debba essere inserito in una comunità quando non sia possibile l’affido familiare. La stessa legge prevede per l’affidamento familiare una durata di ventiquattro mesi, prorogabile dal Tribunale per i minorenni quando la sua interruzione possa arrecare pregiudizio al minore.

Letta così, non si tratta semplicemente di contare i mesi, ma di non perdere di vista due principi fondamentali: la temporaneità dell’intervento e il diritto del bambino a crescere in una famiglia.

Eppure…io incontro bambini che in comunità trascorrono tre, cinque, perfino dieci anni.

Come associazione, Tribunali e Servizi ci chiedono di collaborare nella ricerca di famiglie (affidatarie e adottive) per bambini istituzionalizzati da anni e anni: ci arrivano Appelli di ragazzini 17enni! Come è possibile? Perchè?

Con Emilia, in fatti, quando riceviamo la relazione di un minore, una delle prime cose che ci chiediamo è: da quanto tempo è lì?

Non metto in discussione la competenza delle comunità né il lavoro degli educatori, ma rimango allibita quando ciò che dovrebbe essere un ponte verso un progetto stabile, si trasforma nella destinazione.

La ricerca sullo sviluppo infantile ci ricorda quanto siano importanti relazioni affettive stabili, continuative e prevedibili e quanto permanenze residenziali molto prolungate possano incidere sullo sviluppo emotivo e relazionale. Un bambino, per crescere ha bisogno di qualcuno che non finisca il turno: non ha bisogno di operatori.

Nevrotic e Babbioncina mi hanno insegnato proprio questo: il problema non è la comunità. È il tempo.

Una comunità può essere una tappa fondamentale nella storia di un bambino, può proteggerlo e aiutarlo a ripartire, ma deve esserci un progetto, una direzione e, soprattutto: 5 anni, per un Giudice, sono un periodo di vita; per un bambino di sei anni, sono quasi tutta la sua vita!

Insomma, dopo dieci anni, non stiamo più facendo decantare un minore, gli abbiamo rubato il diritto di vivere la propria infanzia in famiglia.

Acquista ora una copia di Non vi ho chiesto di chiamarmi mamme sosterrai la campagna contro la permanenza prolungata degli adolescenti in comunità.

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