Quando ho scelto il titolo Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma, non volevo fare una dichiarazione di modestia, volevo affrontare (a modo mio) una delle questioni più delicate e controverse: noi affidatari, che posto occupiamo nella vita di un bambino e come possiamo viverlo senza cancellare quello di qualcun altro?
Perchè, ricordiamoci, qui parliamo di affido, non di adozione.
Se il nostro affido prevede un possibile rientro nella famiglia d’origine, molto probabilmente quel bambino ha già un’altra mamma e, a quel punto, incoraggiarlo a chiamare mamma la donna che lo accoglie, non mi sempre opportuno. E non per mantenere una distanza affettiva, anzi: solo perché accogliere in affido, non significa sostituire.
E se quel bambino, spontaneamente, cominciasse a chiamarci mamma? Naturalmente non lo si può stroncare con un gelido: Non sono tua madre. Ma, sicuramente, possiamo fargli aggiungere una parolina magica, che cambierà la portata dell’evento: mamma Karin.
Una parolina che al suo cuoricino suonerà più o meno così: se hai bisogno di pensarmi come una mamma, io ci sono, ma senza dover cancellare nessuno. Perché davvero può esistere mamma Karin ed esistere un’altra mamma (con un altro nome, un’altra storia e un altro posto nella vita di quel bambino).
Tutto questo diventa sicuramente più complesso negli affidi sine die che, numericamente, rappresentano la maggior parte degli affidi in Italia e che, purtroppo, come ripeto spesso, sono una sorta di stortura giuridica: progetti nati per essere temporanei che finiscono per protrarsi per anni, talvolta fino all’età adulta del bambino. Di quel bambino che, nel frattempo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, inevitabilmente diventa sempre più Figlio. Ed è proprio qui che tutto si complica, soprattutto per lui.
Chi è la mia mamma? Che posto hanno gli affidatari che mi stanno crescendo? E quale posto hanno i genitori che continuano a far parte della mia vita? E a 18 anni dove devo andare?
Perché il trascorrere degli anni non cancella automaticamente i legami originari, così come non basta la durata dell’affido a trasformare l’affidatario nell’unico genitore affettivamente significativo. Anzi, più il tempo passa, più per quel bambino può diventare difficile dare un nome e un posto alle diverse figure genitoriali della sua vita, senza avere la sensazione di tradire qualcuno, cancellarne un altro e così via.
E per concludere, fatemi affrontare un altro punto al quale tengo moltissimo, soprattutto in risposta a quelle innumerevoli persone che ancora oggi mi chiedono: Ma ti chiama Mamma?
Non penso sia così importante essere chiamati mamma. È importante diventarlo.
Puoi crescere un bambino per anni, accompagnarlo, curarlo, proteggerlo…e quel bambino può comunque scegliere di chiamarti Karin.
È proprio quello che fa Nevrotic nel mio libro Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma: nonostante un affido diventato sine die, nonostante gli anni trascorsi insieme e nonostante io sia diventata, di fatto, una figura genitoriale, per lei sono rimasta Karin (anzi, se potesse probabilmente mi chiamerebbe persino per cognome!)
E sapete una cosa? Va benissimo così.
Perché non è la parola mamma a definire il posto che occupiamo nella vita di un bambino, e quel bambino ha il pieno diritto di scegliere di non usarla: può non chiamarci mamma per lealtà verso la propria madre, per proteggere una parte della propria storia, perché gli fa troppo male pronunciare quella parola…o, più semplicemente, perché quello è il nome che ha scelto per noi.
E noi non dovremmo aver bisogno di essere chiamati mamma per sapere quanto siamo diventati importanti nella sua vita (il nostro compito mica è quello di conquistare un titolo!).
In fondo, è proprio questo il senso per cui ho scritto Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma: non ho bisogno che tu mi chiami mamma per sentirmi tua madre, e posso esserlo senza prendere il posto di nessuno.
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