GENITORIALITA’ TRANSGENDER: QUANDO UN GENITORE TRANSIZIONA, COSA ACCADE AI FIGLI?


Nell’ultimo articolo ho parlato soprattutto degli stereotipi e dello stigma sociale che possono circondare la genitorialità transgender. Ora affronto una questione più intima: cosa vive un figlio quando un genitore intraprende un percorso di affermazione di genere?

Naturalmente non esiste una reazione uguale per tutti.

I pochi studi disponibili descrivono esperienze differenti: alcuni figli integrano il cambiamento senza particolari difficoltà, altri possono attraversare momenti di confusione, rabbia, paura o semplicemente avere bisogno di più tempo. Una revisione sistematica di 26 studi sulla genitorialità transgender rileva inoltre che, nella maggior parte delle esperienze esaminate, la relazione genitore-figlio dopo la transizione risultava migliorata o sostanzialmente invariata. 

Questo, però, non significa dire al bambino: Non cambierà nulla.

Qualcosa cambia: possono cambiare l’aspetto e la voce del genitore, il nome, i pronomi e le parole profondamente legate alla storia familiare come mamma o papà. E questi cambiamenti possano richiedere un lungo periodo di adattamento da parte dei figli. 

Il bambino deve, in qualche modo, integrare un’immagine nuova della stessa persona dentro una relazione che esisteva giàE non possiamo pretendere che lo faccia alla stessa velocità dell’adulto.

Il genitore può aver impiegato anni per comprendere ed elaborare la propria identità; per il figlio, invece, quel percorso può cominciare nel momento in cui gli viene raccontato. Potrà quindi continuare per un po’ a utilizzare il vecchio nome o pronome, ripetere le stesse domande o chiedersi qualcosa di molto più semplice: Se cambi, rimani sempre la mia mamma o il mio papà?

La letteratura sottolinea l’importanza della sincerità e della cura della relazione durante questo processo. 

Io partirei quindi da un principio semplice: dire la verità con parole adeguate all’età del bambino. Spiegare ciò che cambierà, lasciargli fare domande e soprattutto rassicurarlo: Alcune cose cambieranno, ma io continuerò a esserci e a prendermi cura di te (…perché prima ancora di comprendere perfettamente cosa significhi transizione di genere, un figlio ha bisogno di capire quale sarà il suo posto dentro quel cambiamento!).

Eviterei il segreto, ed eviterei di trasformare il figlio nel confidente del genitore o nella persona dalla quale aspettarsi approvazione (un bambino non dovrebbe sentirsi mai responsabile della serenità dell’adulto!).

Eviterei poi di correggerlo continuamente se sbaglia nome o pronome, soprattutto nelle prime fasi (d’altra parte il bambino deve imparare un nuovo linguaggio dopo anni di abitudine!).

E se il bambino continua a fare fatica, sarà giusto così. Perchè accogliere l’identità del genitore non significa dover essere necessariamente felici di ogni cambiamento. Un figlio deve sentirsi libero di poter dire: Mi sento confuso, Mi manca com’eri prima, Non mi riesce ancora di chiamarti così, senza che questo venga automaticamente interpretato come un rifiuto.

Se la fatica dovesse diventare importante, sarà utile richiedere l’aiuto di un professionista del settore: gli Standards of Care 8 della WPATH richiamano l’importanza di professionisti adeguatamente formati e di un approccio competente e non giudicante.

E adesso veniamo a noi…all’affido!

Finora abbiamo parlato di un bambino che conosce già il proprio genitore e assiste alla sua transizione.

Nel prossimo articolo cambierò completamente prospettiva, entrando nel cuore del lavoro di AFFIDIamoci: cosa accade quando un bambino incontra come possibile futuro genitore affidatario una persona transgender che ha già compiuto la propria transizione? Dobbiamo raccontarglielo? Quando? Con quali parole? Quanto della storia dell’adulto è necessario conoscere? E soprattutto, come prepariamo quel bambino all’incontro senza trasformare l’identità transgender del futuro affidatario né in un segreto né in un “problema” da spiegare?

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