Continuiamo il nostro viaggio nella genitorialità transgender.
Negli ultimi articoli sono partita da un dato che, in realtà, è un non dato: in Italia non disponiamo di statistiche ufficiali per sapere quante siano le persone transgender e, ancora meno, quanti siano i genitori transgender.
E quando mancano i dati ormai sappiamo benissimo che lo spazio richia di essere riempito da convinzioni personali, stereotipi, pregiudizi. Oggi, quindi, parto da una delle domande che mi viene più frequententemente rivolta (e che spesso suona più come una affermazione che come una domanda):
Avere un genitore transgender crea problemi psicologici al figlio?
Piuttosto dovremmo chiederci che cosa sappiamo, a oggi, sullo sviluppo di figli cresciuti da persone trans e se è possibile individuare dei fattori che incidano sul loro malessere o benessere. La ricerca, anche in questo caso, ci dice poco perchè pochi sono gli studi in questo ambito…ma quei pochi evidenziano come l’identità transgender del genitore, di per sé, non determina conseguenze negative sullo sviluppo psicologico dei figli.
Ricerche scientifiche come quella pubblicata nel 2019 da Hafford-Letchfield, o come quella portata avanti dall’American Psychological Association, non collegano l’identità di genere di un genitore ad una minore efficacia genitoriale o a problemi psicologici dei figli.
Insomma: sapere che la persona è transgender non dice nulla sulla sua capacità genitoriale (come accade per la persona etero, omo…). Altrimenti asarebbe troppo facile no?
Uno studio pubblicato nel 2020 su PLOS ONE su 32 bambini cresciuti con padri transgender, non ha evidenziato alcuna differenza significativa nel loro sviluppo cognitivo, nella capacità relazionale o nella loro identità di genere.
E allora se di disagio si può parlare, da dove arriva? …Da fuori.
Un bambino può vivere serenamente la propria famiglia ma essere costretto a subire commenti dei compagni, domande insistenti degli adulti, reazioni negative della famiglia allargata, contesti sociali poco accoglienti. Ed è qui che dobbiamo stare molto attenti a non creare un cortocircuito deleterio: se un bambino viene preso in giro perché ha un genitore transgender, davvero possiamo arrivare a pensare che avere un genitore transgender gli crea sofferenza?
Oppure più semplicemente quella sofferenza nasce dal pregiudizio che gli altri muovono verso la sua famiglia? A me sembrano due prospettive profondamente diverse, che ci dovrebbero far riflettere anche se scomode.
Infatti, quando si parla di genitorialità transgender, rischiamo di concentrarci più sulla parola transgender piuttosto che sulla parola genitore.
Io preferisco fare il contrario. Mi interessa sapere se quel bambino ha accanto un adulto capace di amarlo, ascoltarlo e proteggerlo; se la relazione è stabile e autentica; se gli adulti riescono a non coinvolgerlo nei propri conflitti e se, quando sente clima di discriminazione, trova familiari capaci di sostenerlo.
Insomma, preferisco partire dalle domande più comuni, quelle che mi pongo davanti a qualsiasi famiglia.
Perché essere transgender mi racconta qualcosa sull’identità di quella persona, nulla però sulla sua capacità di costruire una relazione con il figlio.
A questo punto penso che prima di domandarci se un genitore transgender possa rappresentare un problema per un bambino, dovremmo chiederci se tutti noi, come società, permettiamo a quel bambino di vivere serenamente la propria famiglia senza costringerlo continuamente a spiegarla o a difenderla.
Nel prossimo articolo entrerò invece nel cuore di un’altra questione: che cosa accade quando una persona è già genitore e intraprende un percorso di affermazione di genere durante la crescita del figlio?
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