Fino a marzo 2025, quando un single mi chiedeva se potesse intraprendere un percorso di adozione internazionale, la risposta era sostanzialmente una: no.
Non perché fosse stato valutato e ritenuto non idoneo a diventare genitore. Non perché non avesse risorse affettive, educative, economiche o una rete adeguata.
Semplicemente perché era single.
La valutazione si fermava prima ancora di poter cominciare.
Poi è arrivata la sentenza n. 33/2025 della Corte costituzionale, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 29-bis, comma 1, della legge n. 184/1983 nella parte in cui escludeva le persone singole residenti in Italia dalla possibilità di presentare la dichiarazione di disponibilità all’adozione internazionale e chiedere al Tribunale per i minorenni di essere dichiarate idonee.
L’assenza di un coniuge non può più rappresentare, da sola, una ragione per escludere a priori una persona singola dalla possibilità di diventare genitore adottivo: la sua idoneità dovrà essere valutata dal Tribunale per i Minorenni, esattamente come avviene all’interno di qualsiasi percorso adottivo.
Ed è da qui che bisogna partire.
Non basta sapere come presentare la domanda: quali documenti preparare, con quali figure professionali si sosterranno i colloqui…
La procedura va conosciuta, certo, ma c’è una domanda più importante: Come prepararsi a diventare genitore adottivo?
Perché l’adozione internazionale non è una pratica amministrativa da portare a termine: è un percorso nel quale la persona viene valutata, chiamata a comprendere e definire la propria disponibilità genitoriale.
Nel caso specifico, essere un genitore single non significa essere un genitore a metà, significa essere genitore e, sul piano giuridico, l’unico genitore del bambino.
Per questo, quando accompagno una persona single in questo percorso, non mi limito ad affrontare i passaggi procedurali, ma ancora di più alcune riflessioni che saranno poi oggetto di valutazione da parte delle istituzioni:
Perché diventare genitore? (quanto il desiderio di genitorialità appartiene realmente al desiderio di prendersi cura di un figlio e quanto invece è carico di aspettative che quel bambino non potrà e non dovrà soddisfare?)
Qual’è il bambino immaginato? (è importante capire quanto questa immagine possa -non- corrispondere realisticamente ai bambini proposti in abbinamento).
Qual è la propria disponibilità rispetto all’età, alla storia pregressa e agli eventuali “bisogni speciali” del minore? (partendo dal presupposto che il 65% dei minori adottabili hanno bisogni speciali).
C’è una rete intorno? (non quanti parenti e amici si hanno, ma su quanti di questi si potrà realmente contare).
C’è poi un aspetto di preparazione psicologica di cui credo sia necessario parlare apertamente.
La sentenza ha modificato la legge, ma i cambiamenti culturali non avvengono alla stessa velocità di quelli giuridici.
Per decenni il nostro sistema adottivo è stato costruito attorno ad un modello prevalentemente coniugale. È quindi realistico che una persona single possa incontrare, nel proprio percorso, domande, aspettative o rappresentazioni ancora influenzate dall’idea tradizionale secondo cui la presenza di due genitori costituisca di per sé una condizione preferibile.
Questo non significa affermare che tutti i Tribunali e servizi valutino negativamente i single in quanto tali, ma stereotipi, resistenze culturali e prassi consolidate possono continuare ad esistere anche dopo questo cambiamento normativo.
E il single, per intraprendere il percorso adottivo, deve essere consapevole di questi possibili ostacoli, per essere più centrato nei colloqui istituzionali e rispondere autenticamente a eventuali domande scomode:
Come pensa di sostenere da solo il carico genitoriale?
Chi si occuperà del bambino in caso di necessità?
Perché ha scelto di diventare genitore senza un partner?
Come pensa di affrontare con suo figlio l’assenza di un secondo genitore?
Tutte domande non necessariamente inappropriate, che appartengono alla valutazione di un progetto adottivo individuale, ma il punto è anche come vengono poste, quale significato viene loro attribuito e se la condizione di single viene valutata come una specificità da approfondire o come una mancanza da compensare.
La persona single deve essere cosciente che il riconoscimento giuridico della possibilità di adottare non garantisce automaticamente che, nella pratica, la propria candidatura venga letta ovunque con gli stessi criteri e la stessa apertura culturale.
Naturalmente non esistono risposte giuste da imparare per il Tribunale, ma risposte autentiche da costruire, sì, e le possiamo costruire insieme.
E poi c’è la realtà degli abbinamenti. Anche su questo credo sia importante essere molto chiari.
Ottenere l’idoneità non significa che il percorso successivo sarà identico a quello di una coppia né che saranno concretamente disponibili gli stessi Paesi o gli stessi possibili abbinamenti.
Nell’adozione internazionale interviene infatti un secondo ordinamento: quello del Paese di origine del bambino.
La sentenza n. 33/2025 ha cambiato il quadro italiano, non le legislazioni e le prassi degli altri Paesi.
Una persona single può quindi ottenere in Italia il decreto di idoneità, ma dovrà poi individuare, attraverso un Ente autorizzato, un Paese nel quale la propria candidatura sarà concretamente accettata.
E sono davvero pochi i Paesi aperti alle adozioni da parte di single.
Tra l’altro è anche corretto dire che, spesso, le disponibilità richieste ad un aspirante genitore single non sono le stesse richieste alle coppie etero adottive (rispetto all’età dei bambini, alla loro storia o alla presenza di bisogni speciali).
Questo è un punto delicatissimo.
Perché prepararsi alla realtà non significa convincere il single ad accettare qualunque proposta pur di diventare genitore.
Significa esattamente il contrario: permettergli di conoscere il contesto nel quale si sta muovendo e, proprio per questo, definire con ancora maggiore precisione la propria disponibilità.
Single non significa disponibile a tutto (come accade ad esempio nell’affido). La disponibilità deve essere una valutazione realistica delle proprie risorse:
Quali fragilità (comportamentali, psicofisiche) posso affrontare?
Quanto voglio/posso modificare la mia vita lavorativa?
Quali risorse economiche ho?
Quale rete ho?
Saper dire questo posso sostenerlo e questo invece no, non rende una persona meno adatta all’adozione, la rende solo più consapevole.
E poi arriviamo al paradosso della sentenza 33/25, ancora oggi oggetto di discussione: se il single, in realtà, vive in coppia?
Nell’ordinanza del 12 marzo 2026, il Tribunale per i minorenni di Venezia ha affrontato la questione relativa ai conviventi di fatto nel nuovo quadro determinato dalla pronuncia della Corte costituzionale. La domanda di adozione internazionale rimane individuale, ma la situazione familiare concreta dell’aspirante genitore non può essere ignorata.
Perché se un single -che risulta tale sulla carta- nella vita reale convive stabilmente con un partner (al di là se sia dello stesso sesso o meno), questo partner esiste, e soprattutto esisterà nella vita del bambino. Per questo bisogna interrogarsi seriamente sul suo ruolo.
Il progetto adottivo appartiene realmente ad uno solo o è un progetto condiviso?
Anche il partner desidera assumere nella quotidianità una funzione genitoriale?
Come verrà spiegata al bambino la posizione del partner?
E cosa accadrà in caso di separazione della coppia?
Sono domande ancora più importanti perché il genitore adottivo, sul piano giuridico, sarà uno e uno soltanto.
Insomma, l’accompagnamento di un single nel percorso adottivo non include solo la conoscenza della procedura: la persona deve conoscere il sistema nel quale sta entrando, le possibili limitazioni poste dai Paesi esteri, le caratteristiche dei bambini per i quali potrebbe concretamente essere presa in considerazione e gli stereotipi culturali con i quali potrebbe confrontarsi.
Soprattutto, deve conoscere se stessa: le proprie risorse, i propri limiti, la solidità della propria rete, la propria reale disponibilità.
La sentenza 33/2025 ha aperto una porta. Sta a noi attraversarla in piena consapevolezza.
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