Non si alza dal letto. Non va a scuola. Dorme fino all’ora di pranzo e, alla tua richiesta di alzarsi, ti manda a quel paese.
Tu provi a parlare, discutere, negoziare. Poi urli, ti senti in colpa, ricominci. Intanto arrivano le notifiche delle assenze: tuo figlio rischia di perdere l’anno e magari poi arriva una amica che pensa di aver trovato la soluzione dicendoti: Portalo dallo psicologo!
Certo. Ma se non vuole andarci?
È qui che molti consigli smettono di essere utili. E molte famiglie si ritrovano sole. Sto parlando di un adolescente che non va a scuola, non si alza dal letto, insulta, minaccia e può arrivare a colpire. Che rifiuta lo psicologo, gli incontri, qualsiasi proposta.
Come professionista che accompagna le famiglie, trovo necessario ripeterlo: la responsabilità educativa va esercitata, mantenere l’adultità (come la chiamo io) è un dovere dei genitori…ma, durante un’escalation, insistere perché si vesta, trascinarlo fuori dal letto, bloccarlo fisicamente o strappargli il telefono può aumentare solo il livello di aggressività.
Quindi che fare quando la famiglia si sente impotente e sola?
Il mio è un appello alle istituzioni. Perchè la sofferenza o la fragilità di un ragazzo non possono diventare l’alibi con cui scuola e istituzioni restituiscono alla famiglia un problema che richiede più competenze, più interventi, più adulti.
Vale per un figlio biologico, adottato o in affido.
Intanto la prima domanda riguarda la scuola: La scuola dov’è? E fino a quando deve e può intervenire?
Sappiamo tutti (anche i nostri stessi ragazzi) che in Italia l’obbligo scolastico termina a 16 anni. Entro questa età il dirigente deve vigilare sulla frequenza e attivare le dovute comunicazioni: se la frequenza non riprende entro sette giorni dalla comunicazione alla famiglia, deve avvisare il sindaco. Questa è la procedura, senza se e senza ma.
Quindi dopo i 16 anni la scuola non può fare più nulla? Eh no, il diritto-dovere all’istruzione prosegue fino ai 18 anni, oppure fino al conseguimento di una qualifica professionale almeno triennale. E anche in questo caso dirigenti scolastici e istituzioni territoriali devono vigilare. Accorgersi di chi sta scomparendo dietro le assenze rientra tra i compiti educativi.
Ma vi dirò di più: anche il raggiungimento del 18° anno non impedisce alla scuola di intervenire su uno studente ancora iscritto (anche perché sarebbe follia che il diciottesimo compleanno coincidesse con la scadenza di qualsivoglia interesse educativo!).
Premesso tutto questo arriviamo al da farsi: il nostro brufoloso alto 1,80 è ancora dentro al letto e ci urla addosso se entriamo in camera?
• Scriviamo una PEC al dirigente scolastico (ripeto: scriviamo, NON telefoniamo!) nella quale chiediamo un incontro urgente e una risposta scritta sulle iniziative attivabili. Il primo incontro potrà svolgersi anche solo tra adulti (improbabile che il ragazzo voglia farne parte) ma è necessario che abbia come risultato un progetto concreto: con docente di riferimento, obiettivi sostenibili, contatti regolari, eventuale rientro graduale da valutare e formalizzare, orientamento verso un percorso più adatto. Insomma, il progetto non può avere come unica istruzione: Convincetelo e riportatelo qui.
• Chiediamo aiuto ai servizi sanitari territoriali (anche se lui non viene). La famiglia può contattare il medico, la neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e i servizi sociali, spiegando che il ragazzo rifiuta l’accesso. Anche qui il primo colloquio può coinvolgere solo gli adulti, con una valutazione dell’urgenza e indicazioni su come procedere. (Il rifiuto del ragazzo è parte del problema da affrontare, non una ragione per rinviare una richiesta).
• Rivolgiamoci ai servizi sociali territoriali, chiedendo una valutazione del bisogno e un intervento coordinato con scuola e servizi sanitari. (In caso di affido, facciamo diretto riferimento al servizio responsabile del progetto e al tutore).
E se tutto questo non dovesse bastare, se i tempi si allungassero e le risposte non arrivassero…a quel punto inviamo un sollecito formale all’Ufficio scolastico territoriale o, se riteniamo che il nostro adolescente si stia davvero perdendo, attraverso un legale, procediamo con una segnalazione in Procura chiedendo l’attivazione di strumenti giudiziari di protezione.
Insomma, è ovvio: non esiste una procedura capace di garantire che domani mattina il ragazzo torni in classe, ma non è accettabile che ci si limiti ad aspettare che una famiglia esausta riesca, da sola, a trovare una soluzione. Non si pretende che un insegnante diventi terapeuta, né che un servizio sociale garantisca il ritorno in aula, si chiede solo che ciascuno faccia la propria parte.
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