Ci sono domande che non piacciono. Ma nell’affido le domande scomode sono necessarie: I volontarə in comunità sono utili? E a chi?
Guarda il VIDEO.
Alla struttura senza ombra di dubbio: famiglie di appoggio che si portano a casa il bambino il sabato mattina per riportarlo la sera della domenica; volontari che, al posto degli educatori, affiancano i minori in alcune attività giornaliere…di certo alleggeriscono (a costo zero) il lavoro della comunità.
Agli aspiranti affidatarə/adottivi?
Partiamo dall’assioma che non possono stare lì per scegliersi il bambinə, perché l’affido e l’adozione non sono cataloghi da sfogliare…(anche se non possiamo nascondere che in alcune comunità accade che ai volontari sia permesso orientarsi verso un bambino piuttosto che un altro. Non formalmente. Non dichiaratamente. Ma nei fatti sì).
A parte questo, alle famiglie potrebbe essere utile il volontariato in comunità per conoscere meglio la realtà dell’affido o dell’adozione? Non direi visto che i bambini che conosceranno in struttura mettono in atto dinamiche e comportamenti ben lontani da quelli che attiveranno in una Famiglia.
E ai minorə istituzionalizzati? Sono utili i volontari?
Qui il terreno diventa scivoloso. Ogni adulto in più può essere una risorsa, ma può anche trasformarsi nell’ennesima presenza che arriva, si affeziona… e poi va via: un altro micro-abbandono.
E allora immaginiamo Franceschino.
Immaginiamo che Franceschino si affezioni a quel volontario che lo cerca sempre per primo, che lo prende per mano, che lo sceglie. Immaginiamo che Franceschino inizi a pensare: Forse questa volta tocca a me.
E poi no. Non succede.
Per un adulto può essere una bella esperienza; per un bambinə può essere l’ennesima illusione.
In “Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma” questa dinamica attraversa le pagine in modo potente: la fame di stabilità, il bisogno di qualcuno che non sia di passaggio, il dolore di relazioni intense ma a tempo.
Questo non è un attacco al volontariato. Le comunità spesso reggono anche grazie a chi dona tempo ed energie. Ma la domanda resta: stanno rispondendo al bisogno del minore? O al bisogno dell’adulto di sentirsi utile e generoso? O al proprio?
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