RESI NELL’AFFIDO E NELL’ADOZIONE: CHI “RESTITUISCE” UN BAMBINO, PUO’ ESSERE LA “GIUSTA” FAMIGLIA PER UN ALTRO?


Mesi fa mi ha contattata una famiglia che aveva interrotto un percorso di accoglienza. Era ferita, confusa e certa che non avrebbe più voluto accogliere. 

Oggi ho incontrato in consulenza un’altra famiglia che, anni fa, aveva restituito un bambino: una famiglia che poi si è fermata, ha lavorato su di sé e oggi sente di poter tornare ad accogliere con una consapevolezza diversa.

E allora torno ad una domanda scomoda: una famiglia che ha restituito un bambino può diventare un’ottima famiglia per un altro? Dico la verità: ho fatto davvero molta fatica ad arrivare ad una conclusione, però, negli anni, dopo aver lavorato su storie di resi e avvicinamenti interrotti, ho imparato a sospendere il giudizio e oggi posso rispondere: sì, è possibile. E non è soltanto una mia convinzione: sono i fatti a confermarlo.

Riconoscere il lutto e il danno che un bambino subisce quando viene restituito è necessario, ma questo non equivale a pronunciare un giudizio sulla famiglia che ha interrotto il percorso. Possiamo riconoscere pienamente il dolore del bambino senza trasformare automaticamente gli adulti in colpevoli assoluti e senza dividerli in famiglie buone, che resistono, e famiglie cattive, che restituiscono.

Perché in un progetto di affido o di adozione non esistono soltanto quel bambino e quella famiglia. Intorno (prima e dopo di loro) ci sono -o almeno dovrebbero esserci- molti altri interlocutori: Servizi sociali, Tribunale, tutore, comunità, psicologi, neuropsichiatri, associazioni e operatori ritenuti comunemente professionisti della tutela minorile.

Professionisti chiamati a conoscere il minore, ricostruirne la storia, valutarne i bisogni, prepararlo, scegliere la famiglia più adeguata, fornire informazioni complete e accompagnare entrambi prima, durante e dopo l’inserimento.

Quando un progetto si interrompe, quindi, non possiamo limitarci a indicare la famiglia come unica artefice del fallimento. Occorre ricostruire l’intero percorso e chiedersi: il profilo del bambino era stato realmente compreso? La famiglia aveva ricevuto tutte le informazioni necessarie? Il minore era stato preparato? Il periodo di avvicinamento è stato sufficiente? L’abbinamento era adeguato? La famiglia ha riconosciuto le proprie difficoltà? Il sostegno promesso è stato concretamente garantito? Ecc.ecc. ecc…perchè sono mille le cause da rintracciare dietro ad ogni restituzione.

A volte il profilo del minore non viene presentato correttamente dai Servizi, per mancata conoscenza della sua storia oppure, più gravemente, per la scelta di omettere alcune informazioni. Altre volte è la famiglia a partire con uno slancio poco ponderato, convinta che l’amore risolva tutto…Insomma, le responsabilità sono diverse e spesso intrecciate tra loro, e anche qui, riconoscerle, non significa minimizzare il trauma del bambino o assolvere chiunque a priori: significa rinunciare alle sentenze facili e compiere un’analisi seria, professionale e bimbocentrica di ciò che non ha funzionato.

Così, negli anni, ho imparato che nessuna famiglia è la famiglia giusta per ogni bambino

In M’aMa, e in AFFIDIamoci, sono tante le famiglie che, dopo una restituzione o l’interruzione di un avvicinamento, hanno affrontato seriamente l’accaduto e sono poi diventate la famiglia giusta per quel bambino. Famiglie solide, presenti e capaci di costruire legami che durano.

I dati quindi ci dicono che non essere stati la famiglia giusta per un bambino non significa non poter essere famiglia, piuttosto significa comprendere cosa è accaduto, assumersi ciascuno le proprie responsabilità e aprirsi, eventualmente, ad esserlo per un altro.

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