Questa è una testimonianza cruda, che vale più di mille altre e non perché sia più vera, ma solo perché racconta una realtà che troppo spesso viene chiusa frettolosamente in un cassetto senza nemmeno essere registrata. E’ una testimonianza che denuncia, racconta il disastro e le ferite che alcuni comportamenti, alcune scelte, provocano sui nostri bambini.
Una testimonianza che non punta il dito contro nessuno, ma ci regala la fotografia di ciò che resta, dopo. Una testimonianza che parla dei resi in comunità. Di bambinɜ e ragazzɜ restituitɜ come pacchi.
A inviarcela è un’educatrice, una che questi fatti li vive quotidianamente, non per scelta, ma per mestiere. È lei, insieme a tanti altri suoi colleghi, che raccoglie i pezzi quando un progetto affido finisce prima del tempo, quando una famiglia si ritira, quando un adulto non ce la fa più. È lei che resta, mentre il sistema va avanti. Pubblico questa testimonianza perché il silenzio è complicità.
“Mi chiamo Loredana e sono un’educatrice professionale.
Quando si parla di affido dobbiamo purtroppo anche trattare l’argomento dei minori affidati e poi restituiti dalle famiglie affidatarie.
Giovani che si trovano ad affrontare il terribile trauma di un altro abbandono, di un ulteriore rifiuto che ha un impatto devastante sul proseguo della loro vita già segnata dal dolore e dalla sofferenza, un’esperienza traumatica che li devasta.
Giovani che si colpevolizzano, pensano di essere loro il problema e di non essere stati all’altezza delle aspettative dei genitori affidatari, si convincono di essere sbagliati, cattivi e che non meritano l’amore di nessuno.
Le persone che decidono di aprirsi all’accoglienza, devono essere informati e formati, è fondamentale che decidano di intraprendere questo percorso in modo consapevole e responsabile, l’affido deve essere un gesto di amore gratuito privo di aspettative o di vuoti da riempire.
E’ pur vero che gli affidatari non devono essere lasciati soli ma devono essere sostenuti e seguiti.
Difficilmente i minori restituiti vengono riportati nella comunità che li ha accolti in precedenza, quando questo avviene, noi educatori ci troviamo difronte a giovani distrutti, devastati dalla sofferenza, sono come un vaso di cristallo rotto in mille pezzi, non hanno piu’ fiducia in nessuno, si colpevolizzano e noi diventiamo il centro su cui sfogare la loro rabbia, la loro frustrazione e il dolore immane; dall’altra parte c’è anche la sofferenza dell’educatore che impotente accoglie di nuovo il minore, si trova difronte un altro giovane con un mondo interiore ancora piu’ frammentato, e tutto il percorso che era stato fatto è perduto.
Da educatrice ho vissuto mio malgrado la restituzione di alcuni minori, c’è tanta rabbia, perchè sono sempre loro che pagano gli errori, gli sbagli, le fragilità degli adulti, quegli adulti che dovrebbero proteggerli e tutelarli ed invece gli spezzano le ali più volte. Nessun minore si riprende da un affido fallito, molto dipende dal loro carattere, dalla voglia di rivalsa che hanno nei confronti della vita. Alcuni giovani cercano di convivere con questo dolore e lo indirizzano nello studio, nello sport altri purtroppo sopraffatti dalla sofferenza, dalla sfiducia negli adulti, hanno l’anima tormentata e finiscono per prendere strade sbagliate perchè non vedono più la possibilità di avere una vita normale, di avere una famiglia e di essere amati per quello che sono.
La restituzione distrugge il minore nell’anima e psicologicamente”.
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