Ci sono serate in cui arrivi convinta di dover spiegare l’affido e invece ti ritrovi a ringraziare loro, i nostri adolescenti che, con una sola frase, azzerano il rumore.
Venerdì 8 maggio scorso, a Villa Domus Danae, la platea era diversa dal solito: non sembrava tanto interessata ad Accogliere, quanto a difendere il concetto di famiglia. Il messaggio arrivava forte e chiaro: un figlio deve restare nella sua famiglia, al massimo in affido intrafamiliare.
Posizione legittima direi ma –purtroppo- non sempre possibile perché -purtroppo- spesso, non basta il legame biologico a garantire protezione.
Fortunatamente a questa presentazione era presente M., 16 anni, uno dei protagonisti indiscussi di Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma, uno che l’affido non lo racconta nei convegni: lo vive sulla sua pelle. E proprio a lui dalla platea è stata rivolta una domanda: E dopo i 18 anni dove andrai?
Silenzio in sala. Silenzio interrotto dalla spontaneitá disarmante con cui solo i nostri adolescenti sanno rispondere: Perché dovrei andare da un’altra parte? La famiglia l’ho chiesta io. Ci sto bene…dove dovrei andare?
Fine. Sipario. Animi placati.
M., in tre parole, ha riportato la platea alla realtà. Perché i nostri ragazzi, quelli fuori famiglia, fanno continuamente una cosa scomodissima: riportano il dibattito alla realtà, non alla romantica idea della famiglia naturale a tutti i costi, ma a quella cruda realtà di un adolescente che rivendica il diritto di restare dove finalmente si sente Figlio.
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