RESTITUIRE UN FIGLIO? NO, COMBATTERE PER LUI


Esiste un’alternativa alla restituzione? Secondo Mariagrazia La Rosa, sì…e in questo articolo ci spiega come si può fare: come si può reggere la crisi e come chiedere aiuto senza mollare.

Dopo il caso di Douglas, Mariagrazia ha più volte sottolineato come, nel suo lavoro con famiglie adottive, non ha mai incontrato chi abbia davvero scelto di restituire. Ha incontrato, piuttosto, chi ha sofferto, chi ha toccato il fondo, chi ha bussato alle porte di un Tribunale, scritto esposti, denunciato situazioni impossibili, affrontato separazioni temporanee strazianti – ma sempre, ostinatamente, rimanendo genitore.
Perché se il
legame c’è, la famiglia lotta. Anche quando tutto trema. Anche quando nessuno sembra capire.

La crisi adottiva: crisi, non fallimento; crisi, non restituzione

Leggo in questi giorni, a proposito del doloroso caso del suicidio di Douglas, commenti infuocati sui genitori adottivi che prima prendono i bambini e poi li restituiscono come pacchi postali. Mi ferisce sempre sentir parlare delle famiglie adottive in questi termini, perché da diversi anni guido un gruppo di genitori adottivi che attraversano crisi importanti e mai, mai in questi anni, ho sentito parlare di restituzione.

Le adozioni fallite certamente esistono, una sola sarebbe già troppo, ma per quanto ne so la revoca dell’adozione è sempre una decisione del Tribunale nell’interesse del minore, non è un figlio restituito come un pacco postale.

Le (gravi) crisi che io conosco sono una minoranza rispetto al totale delle adozioni (il 20-30%?) e si manifestano specialmente a partire dall’adolescenza. Che cosa succede?

I ragazzi esplodono: non vanno più a scuola, non tornano a casa la notte, hanno crisi di rabbia (spaccano porte, armadi, vetri, specchi…); hanno frequentazioni malavitose e commettono reati (rubano, spacciano); hanno dipendenze da alcol e droga; sono aggressivi e chiedono soldi con le minacce e la violenza.

Le ragazze implodono: soffrono di depressione, si tagliano, si chiudono in camera, hanno comportamenti ipersessualizzati, gravidanze precoci, dipendenze, amori tossici.

Tutti gli adolescenti possono avere questi comportamenti? Certo, anche quelli non adottati. Sappiamo però che nel caso dei ragazzi adottati i problemi di comportamento sono più frequenti, e probabilmente riconducibili alle sofferenze della prima infanzia. Questi ragazzi da bambini hanno subito la cosa peggiore che possa capitare ad un bambino: la perdita della famiglia di origine. Possono esserci poi anche altre cause: incuria, maltrattamenti, disturbo di attaccamento, sindrome fetoalcolica, problemi psichici ereditari…L’adozione è una cosa complessa.

Nella crisi i genitori sono angosciati: la casa è devastata, hanno paura quando sono in casa da soli con il figlio, passano le notti a cercarlo nei parchi, chiudono a chiave i coltelli, nascondono le chiavi della macchina, i gioielli in cassaforte… hanno spesso i carabinieri in casa, passano attraverso udienze e processi, si chiedono che cosa abbiamo sbagliato, sono esausti, ma MAI in questi anni ho incontrato un genitore che abbia pensato di restituire il figlio. Al contrario, la loro preoccupazione principale è come riuscire ad aiutarlo e accompagnarlo verso un futuro sereno.

In questi casi sappiamo che l’amore non basta, anche se è necessario. Ma c’è qualcosa che conta più dell’amore, o meglio, l’amore ne è parte necessaria: il legame.

Il legame è quello che va oltre la crisi, che permette alla famiglia di restare famiglia anche quando c’è un allontanamento temporaneo, che non è una restituzione, ma è come un ricovero in ospedale.

Che cosa si può fare per affrontare la crisi? Su questo tema con i genitori del nostro gruppo stiamo scrivendo un nuovo libro.

Nelle crisi più gravi – Come chiedere aiuto

Non bisogna aver paura di chiedere aiuto. Per chi non ha vissuto la drammaticità di queste situazioni è facile dare la colpa ai genitori così, chi vive dentro una crisi, per non sentire anche il peso del giudizio altrui, tende a tenere i panni sporchi in famiglia. Così i problemi diventano sempre più grandi, e quando si chiede aiuto è già troppo tardi.

Nelle crisi più gravi invece occorre chiedere aiuto per le vie ufficiali e possibilmente ben prima che arrivi la maggiore età. L’aiuto si può chiedere in modi diversi, secondo la gravità:

  1. Rivolgendosi ai servizi sociali territoriali. Si possono ottenere vari supporti, per i genitori e per il ragazzo, attraverso figure di diversa competenza (l’assistente sociale, lo psicologo e l’educatore). Il supporto però (quando c’è) è in genere molto limitato, perché i servizi sociali non hanno un budget specifico per iniziative individuali, e per disporne è necessario che venga aperto un procedimento amministrativo. Per questo, in base alla nostra esperienza, nei casi di crisi importante, è opportuno richiederne l’apertura attraverso un esposto al Tribunale per i minori.

  2. L’esposto: ovvero la lettera di un avvocato (civilista, esperto in diritto minorile) in cui si descrive la situazione e si chiede l’apertura di un procedimento amministrativo che disponga misure opportune nell’interesse del minore. Il tribunale emetterà un decreto con un dispositivo (insieme di provvedimenti e attività da svolgere) e delle risorse (anche economiche) dedicate a questo progetto, che verrà seguito sul territorio dai servizi sociali (senza allontanare il minore da casa). L’andamento del progetto verrà monitorato attraverso udienze successive a cui parteciperanno il minore, i genitori (supportati da un avvocato) e gli operatori. È opportuno tenere un diario, anche quotidiano, di quello che accade, perché può sempre essere utile ricostruire esattamente gli avvenimenti.

  3. Nei casi più gravi (aggressività, violenza, piccolo spaccio o altri reati) non bisogna aver paura di denunciare (attraverso una querela in commissariato o in questura), anche più di una volta. La via giudiziaria è la più drastica, a volte (non sempre) si arriva all’allontanamento in comunità, ma è anche la più veloce e la più incisiva, quella che può meglio proteggere ed aiutare i ragazzi a rischio. Che cosa succederebbe della vita di un ragazzo che dovesse continuare con questi comportamenti, diventando un rapinatore, uno spacciatore o anche soltanto un marito violento? Dobbiamo sapere che, se nostro figlio commette un reato, denunciarlo è il modo migliore per proteggerlo. Occorre sapere che in questi casi denunciare un figlio è qualcosa che si fa per lui, e non contro di lui. Mamme del nostro gruppo che hanno denunciato il proprio figlio testimoniano che denunciarlo è la cosa migliore che abbiano fatto per lui in tutta la vita. L’allontanamento lo ha protetto da adulti senza scrupoli, gli ha permesso di mettersi alla prova, cancellare gli errori e trovare nuova fiducia in se stesso.

  4. Infine, non bisogna aver paura di un allontanamento temporaneo in comunità. L’allontanamento temporaneo è uno strumento importante per allontanare, appunto, i ragazzi da ambienti pericolosi e per intervenire con un progetto seguito e monitorato da persone esperte, che li rafforzi nella fiducia in se stessi, attraverso un insieme di attività, di obiettivi raggiungibili e di conquiste quotidiane. Non sono adatte le comunità di accoglienza: occorrono le comunità rieducative, terapeutiche, di contrasto alla dipendenza…Le buone comunità dispongono di professionisti competenti e hanno una rete di strutture collegate: scuole, organizzazioni di volontariato, palestre e altre strutture sportive, centri anti-dipendenze, piccole aziende del territorio che danno opportunità di stage…in modo che i ragazzi siano occupati ogni giorno sentendosi gratificati. E la famiglia? La famiglia rimane il punto di riferimento, sempre presente nelle lettere, telefonate, nelle visite settimanali col batticuore e le fotografie, e continuamente nell’alleanza con la comunità. Il legame con la famiglia, in quasi tutti i casi che ho conosciuto, nella lontananza non si è spezzato ma si è rafforzato: dal primo giorno si prepara il rientro, e quando i ragazzi si sono rafforzati (dopo un anno? Anche due o tre) possono tornare a casa.

  5. Dopo la crisi acuta: è tutto risolto? No, la strada verso l’equilibrio e l’autonomia è lunga; ma certamente ci sono molti progressi. Occorre accettare che non tutto è sotto il nostro controllo e che non possiamo sostituirci ai nostri figli. I genitori restano sempre accanto provando strade uguali e diverse, ma spesso l’alleato migliore è il tempo, che dà spazio ai progressi e alimenta la fiducia: i ragazzi maturano e quasi sempre trovano la loro strada. Anche se non la trovano, il legame con la famiglia non è in discussione.

Spero di essere riuscita a spiegare quello che può succedere in una famiglia adottiva che attraversa una crisi, le difficoltà, le fatiche, le speranze, gli interventi possibili… spero che sia chiaro che un figlio non si restituisce come un pacco postale. Mai”.

Mariagrazia La Rosa

Gruppo “Mamme e Papà Adottivi Coraggiosi”

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