E SE GLI AFFIDATARI AVESSERO GIA’ DEI FIGLI?


Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma racconta tante, tante, tante cose che riguardano l’affido.

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Ma se mi dicessero di scegliere una frase in particolare che, nello specifico, mostra uno dei nodi fondamentali di questo viaggio, sceglierei questa: Loro (i figli tutti, bio e non) sono una famiglia, e noi con loro, ma noi sempre un passo indietro perché siamo vittime di elucubrazioni mentali squisitamente e drammaticamente adulte.

Perché?

Perché qui affronto uno degli aspetti più difficili dell’affido quando in famiglia ci sono già figli:
la sensazione che i bisogni emotivi siano tutti urgenti. Tutti contemporaneamente.

Da una parte c’è la figlia di sempre, che sente cambiare il proprio spazio, le abitudini, l’esclusività del rapporto con i genitori.

Dall’altra ci sono due ragazzine che arrivano con vuoti enormi, con bisogni antichi, con una fame di attenzione che non nasce dal capriccio… ma dalla mancanza e dall’assenza.

E allora succede una cosa molto umana: l’adulto si spezza in due. Anzi, in questo caso, in tre.

Tra le pagine di Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma questo tema emerge continuamente: la maternità affidataria non è scegliere chi amare di più.
È convivere anche con il senso di colpa di non riuscire ad essere abbastanza per tutti nello stesso momento.

Se ci fermiamo un momento a riflettere su questo aspetto, ne ricaviamo una grande verità su quale sia il cuore dell’affido: comprendere e accettare che i bisogni non sono in competizione ma storie diverse che chiedono di essere viste. Anche quando questo significa sentirsi, a volte, incredibilmente inadeguati.

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