AFFIDO E OMOGENITORIALITA’: “IO VOLEVO DUE PAPA'”


Io volevo due papà: la frase di un bambino che spiega meglio di chiunque altro cos’è una Famiglia. Quando si parla di affido familiare e di famiglie omogenitoriali, il dibattito parte sempre dagli adulti. Ci si chiede chi possa diventare genitore, chi abbia i requisiti, chi debba dimostrare di essere all’altezza. Raramente ci si ferma ad ascoltare la voce di chi l’affido lo vive davvero: i bambini. Per questo la testimonianza che segue ci offre una prospettiva diversa, che combacia perfettamente con quella di AFFIDIamoci: non adultocentrica ma bimbocentrica, partendo non dal diritto degli adulti alla genitorialità, ma da quello di tutti i bambini a crescere in una Famiglia, la più giusta per loro al di là di stereotipi e pregiudizi.

Lo scorso 17 luglio, durante il talk Famiglie plurali, diritti uguali (dove avrei dovuto partecipare anch’io come AFFIDIamoci se urgenza bambini non me lo avessero impedito!) organizzato al CISIM di Lido Adriano (Ravenna), il nostro papà Ciro Di Maio ha raccontato la storia della sua famiglia. Non lo ha fatto come attivista, non come professionista ma solo ed esclusivamente come padre affidatario che, attraverso l’esperienza vissuta con suo figlio A., ci ricorda che una famiglia non nasce da un modello, ma da una promessa mantenuta ogni giorno.

“Io volevo due papà

C’è una frase che mio figlio Alessandro ha ripetuto per mesi a chiunque incontrasse. La diceva con la naturalezza con cui un bambino racconta qualcosa di ovvio: Io volevo due papà.

Non diceva: Mi sono capitati due papà.

Non diceva:Mi hanno affidato a due papà.

Diceva semplicemente che quella era la famiglia che desiderava.

Ogni volta che ci ripenso mi rendo conto che dentro quelle quattro parole c’è molto più di quanto sembri.

C’è il desiderio di sentirsi finalmente al sicuro.

C’è il bisogno di appartenere a qualcuno.

Quando si parla di affido familiare quasi sempre partiamo dallo sguardo degli adulti. Parliamo di valutazioni, requisiti, idoneità. Ma raramente ci chiediamo cosa cercano davvero i bambini. A. quella risposta l’aveva già trovata. Lui voleva due papà.

E insieme a quei due papà ha trovato molto più di una casa.

Ha trovato nonni, zie, cugini, amici. Una rete di persone che lo aspettavano, lo cercavano, lo riconoscevano.

Per un bambino che aveva conosciuto separazioni e fratture, significava scoprire che esistono luoghi in cui si torna. Persone che restano. Legami che non spariscono.

Perché, a volte, un bambino cerca due papà. Ma ciò che trova davvero è qualcuno che gli dice: Tu appartieni a qualcuno. E qualcuno appartiene a te.

Dietro quella frase c’era una storia difficile.

Quando ci siamo incontrati non sapevo ancora dare un nome a quello che stava accadendo. Sentivo soltanto che stava nascendo un legame. Che A. iniziava, con tutta la prudenza di un bambino che era già stato deluso, a chiedersi se questa volta avrebbe potuto fidarsi.

È stato allora che gli ho fatto una promessa.

Non gli ho promesso una vita perfetta.

Non gli ho promesso che non avrebbe più avuto paura.

Gli ho promesso una cosa sola: Io ti proteggerò.

Con il tempo ho capito che quella promessa è il vero fondamento della nostra famiglia.

Non il fatto di essere due padri.

Non il bisogno di convincere qualcuno che siamo una famiglia come le altre.

La nostra famiglia esiste perché ogni giorno scegliamo di esserci. Essere famiglia significa preparare uno zaino. Aspettarlo fuori da scuola. Mantenere la parola data. Rassicurarlo quando riaffiora la paura di essere lasciato.

E, qualche volta, ricordare agli adulti che non sei un operatore, non sei una figura temporanea e non sei un esperimento educativo.

Sei suo padre.

Con il tempo ho capito anche un’altra cosa. Una famiglia non vale perché assomiglia a un modello. Vale quando protegge. Quando resta. Quando si assume la responsabilità di un bambino.

Quando Alessandro diceva:

Io volevo due papà

non stava facendo una dichiarazione politica. Stava semplicemente dicendo dove si sentiva al sicuro.

Se poi il mondo fatica a riconoscere quella famiglia, il problema non è quel bambino. Non è quella famiglia. È uno sguardo che ancora oggi fatica a riconoscere che i legami contano più degli schemi.

Partiamo dai bambini.

Ogni volta che discutiamo se una famiglia omogenitoriale possa crescere un bambino, forse stiamo partendo dalla domanda sbagliata. La domanda giusta è un’altra: Che cosa riconosce come famiglia un bambino che ha finalmente trovato qualcuno disposto a restare?

La risposta di A. è arrivata molto prima delle nostre discussioni.

Io volevo due papà.

Non era una provocazione. Non era una rivendicazione. Era il modo più semplice che aveva per dire: qui mi sento a casa.

Ed è forse da qui che dovrebbero partire tutte le riflessioni sull’affido familiare. Dai bambini. Sempre. Perché i diritti non servono a dare un’etichetta alle famiglie. Servono a proteggere i bambini che dentro quelle famiglie crescono. E ogni giorno, da padre, continuo a rispondere a quella frase con la stessa promessa.

Io ti proteggerò”

(Ciro Di Maio, il papà)

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