C’è una parola che, nelle famiglie affidatarie, viene pronunciata molto più spesso di quanto si vorrebbe.
Ed è: Vedremo.
Perché, diciamocelo, nell’affido, organizzare il futuro non è sempre semplice perchè non dipende solo dalla famiglia affidataria ma dipende dalla sua famiglia d’origine, dai Servizi sociali, dal Tribunale per i minorenni, dal tutore ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.
Per questo domande che per qualunque altro genitore richiederebbero una risposta di tre secondi, possono mandare un genitore affidatario nello sconforto più assoluto:
Quest’estate andremo al mare?
La risposta è -e deve essere- un laconico e quantomai evasivo: Vedremo.
Quando sarò grande verremo ancora qui?
Un altro: Vedremo.
E ancora: L’anno prossimo festeggeremo insieme il mio compleanno?
Vedremo.
Non è mancanza di entusiasmo, freddezza, nè un modo elegante per sottrarsi alla domanda. E’ che, nell’affido, anche programmare il prossimo compleanno può sembrare una previsione a lungo termine.
Perchè l’affido è un progetto vivo, cambia, si trasforma e qualche volta prende direzioni che nessuno aveva previsto.
Un affido diurno può diventare residenziale. Un progetto pensato inizialmente per due anni può trasformarsi in un affido sine die. Gli incontri con la famiglia d’origine possono proseguire per mesi e poi essere sospesi, oppure può accadere esattamente il contrario: rapporti che sembravano destinati a interrompersi possono riprendere quando nessuno se lo aspettava.
Nell’affido, insomma, ciò che oggi sembra certo domani potrebbe non esserlo più.
Quindi, dire vedremo non significa non amare, non è una risposta evasiva, al contrario: è un atto di responsabilità (perché le promesse pesano e promettere ad un bambino qualcosa che non siamo nelle condizioni di garantirgli, potrebbe causargli un dolore inimmaginabile, specie a questi bambini che hanno vissuto già tante delusioni).
Questo non significa vivere il rapporto con il freno a mano tirato, né evitare di progettare, desiderare o immaginare insieme. Significa imparare una cosa molto più difficile: distinguere ciò che desideriamo da ciò che possiamo promettere.
Affido significa esserci, anche senza poter garantire il futuro.
Nel mio libro Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma – Cronaca di un affido sine die racconto anche questo aspetto dell’esperienza affidataria: una famiglia può essere chiamata ad amare profondamente, senza però poter controllare ciò che accadrà domani.
Ed è fondamentale che gli affidatari imparino a non fare promesse che non dipendono da loro.
È un gioco di equilibrio, forse uno dei paradossi più difficili che si è costretti a vivere: non poter dire con certezza ci saremo sempre e, allo stesso tempo, esserci davvero.
Ogni giorno.
Così, alla domanda di un bambino, la risposta più sincera e rispettosa può essere proprio: Vedremo. E invece di promettergli Ci saremo sempre possiamo dimostrargli che Oggi ci siamo.
(E nell’affido, quell’oggi, vale moltissimo).
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