AFFIDIamoci intervista a L., 17 anni, cresciutə da un genitorə che ha intrapreso un percorso di affermazione di genere. E io lo ringrazio per averci raccontato il suo pezzetto di vita e per quello che le sue parole ci hanno trasmesso.
L., quanti anni avevi quando tuo padre ha iniziato il percorso di transizione?
Avevo 11 anni. Ricordo che all’inizio non capivo bene cosa stesse succedendo. Vedevo che era molto triste, nervoso, distante. Sentivo che litigava con mamma e lì ho pensato che si stavano separando poi, un giorno, si è seduto con me e mi ha spiegato che da tanto tempo non si sentiva bene nel ruolo maschile e che avrebbe iniziato un percorso per vivere in modo più autentico. Io, in quel momento, non ho capito granché di quello che mi stava dicendo.
Qual è stata la tua prima reazione?
Spavento perché immediatamente ho capito che tra mamma e papà c’erano dei problemi. Preoccupazione per mia madre perché ho pensato che sarebbe rimasta sola e poi una sensazione di vuoto, di perdita…come se stavo perdendo definitivamente mio padre. Infatti evidentemente lui l’ha percepito perché continuava a ripetermi che ci sarebbe stato comunque. Però sicuro se ne andrà di casa, pensavo.
E l’hai perso?
No, assolutamente no. Sicuro ho sofferto la sua lontananza da casa ma ero contento quando mamma, prima di passarmelo al telefono, si sperticava in 1000 domande preoccupata di come stesse. Allora lì ho capito che non erano più litigati e questo mi ha aiutato. Anche mamma mi ha cercato di spiegare quello che stava succedendo ma anche lì il meccanismo non l’ho capito bene, mi è solo arrivato dalle sue parole che papà è un esempio di quello che dovrai essere tu al mondo: capace di essere quello che ti senti di essere, nel rispetto degli altri, ma anche contro tutto e tutti.
C’è stato un momento particolarmente difficile?
Molti. Infatti se anche sono riuscito a capire abbastanza presto che chi mi preparava la colazione, veniva ai colloqui con i professori, mi aiutava con i compiti…era sempre lì, dall’altra parte il suo aspetto che cambiava, addirittura il cambio del suo nome, mi ha reso le cose difficili. Ma non per me, perché alla fine, per me, per mia mamma, era diventata una cosa naturale e ci scherzavamo con lui…il vero problema era fuori casa. Alcuni miei compagni facevano battute, i loro genitori mi imbarazzano con 1000 domande a cui io stesso non sapevo rispondere. La parte più faticosa non è stata la transizione di mio padre, ma sono stati tutti gli altri, con i loro sguardi e le loro risatine.
Come hai fatto ad affrontarlo?
Ho tolto di mezzo le persone cretine e chiunque ha dovuto abituarsi a vederci insieme dappertutto, al cinema, a mangiare una pizza, all’uscita della scuola…Gli ho sbattuto in faccia a tutti la normalità della cosa.
Come descriveresti oggi il vostro rapporto?
Molto forte. Forse persino più forte di prima. Quando una persona decide di essere autentica nei suoi stessi confronti, inevitabilmente diventa più serena e più felice, e anche più ironica e autoironica di prima!
Cosa risponderesti a chi sostiene che una persona transgender non possa crescere un bambino?
Risponderei di parlare con noi figli. Io oggi ho 19 anni, studio all’università, ho qualche lavoretto, ho amici veri e una ragazza stupenda (perché mica è vero quello che si dice che un genitore gay ti fa diventare gay!). Mi sento anche un po’ fortunato perché mi sento più libero di altri, perché ho imparato che l’amore non dipende dal genere e che, nella vita, bisogna essere veri.
Secondo te una persona transgender potrebbe accogliere un bambino in affido?
E perché no? Magari potrebbe anche adottarlo.
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