Ho tre figli.
Uno è nato da me quindici anni fa e, probabilmente, se non fosse cresciuto dentro AFFIDIamoci, non avrebbe mai saputo nulla di affido e adozione. Forse non avrebbe nemmeno immaginato che si possa diventare figli senza nascere dalla pancia di qualcuno, o genitori senza fare figli, o che due persone dello stesso sesso possono sposarsi!
Gli altri due sono arrivati sei anni fa, dopo essere nati e cresciuti per ben 10 anni in comunità. Loro naturalmente questa roba l’hanno vissuta e lo hanno fatto subendola, con gli occhi dei bambini dimenticati, in attesa, mentre vedevano altri bambini partire verso una famiglia e, spesso, tornare indietro.
I miei tre figli sono arrivati all’Accoglienza da strade molto diverse, eppure tutti e tre, a mio avviso, oggi hanno una fortuna enorme: quella di vedere l’affido e l’adozione da dentro.
Sono cresciuti incontrando bambini accolti per sempre o per un po’, e conoscendo famiglie molto diverse tra loro: una mamma da sola, un papà da solo, due mamme, due papà, due nonni.
Subito hanno imparato che la capacità di essere genitori non dipende dall’orientamento sessuale o dalla composizione della famiglia, ma dalla capacità di restare.
Però devo dire la verità: ho sempre avuto paura di coinvolgerli in tutto questo.
Ci sono andata piano. Nel corso degli anni, gli ho presentato solo quelle famiglie che sentivo, profondamente, nate per durare, al di là del progetto giuridico. Perché coinvolgere i propri figli nell’accoglienza è una responsabilità enorme.
Infatti…quando una di queste famiglie (che loro hanno frequentato) interrompe un progetto e restituisce un bambino, i miei figli chiudono.
Mio figlio quindicenne dice: Io quella famiglia non voglio più vederla, mi fa sentire in imbarazzo.
Gli altri due (che sanno perfettamente cosa significhi tornare in comunità con la valigia in mano), lo fanno ancora prima, appena percepiscono che la situazione si sta incrinando, si tirano indietro, cominciano a declinare gli incontri, a estraniarsi da quel pezzo di strada.
Giusto? Sbagliato?
Da professionista so che dietro una restituzione ci sono spesso storie molto complesse, so che il giudizio va sospeso. So che esistono adulti fragili, più fragili e irrisolti dei bambini che accolgono. E come loro, sono fragili anche le istituzioni: severissime nel valutarli, molto meno brave nel sostenerli quando inizia il lavoro vero.
Nonostante tutto ancora mi sorprendo a chiedere ai miei figli: Un giorno farete affido? Adozione?
Uno risponde: Beh prima devo diventare grande, molto grande.
L’altro: Subito!
E l’altro ancora, più pragmatico: Quando avrò una casa, una moglie e un lavoro, sì.
Tre risposte diverse, forse anche frutto del momento, forse buttate un pò là anche per farmi contenta, ma di una cosa sono certa: tutti e tre mi insegnano, giorno dopo giorno, che chi ama resta.
Post recenti
APPELLO AFFIDO SINE DIE O POSSIBILE ADOZIONE MITE: IRENE, 10 ANNI
Affido sine die, possibile adozione mite Aperto a: Genitori affidatari single o in coppia etero ed omosessuale 📍 Territorio: tutta Italia Per maggiori informazioni, scrivi ad:...
"NON TUTTI GLI ADOLESCENTI SONO FATTI PER L'AFFIDO" - #nonvihochiestodichiamarmimamma
È vero: non tutti gli adolescenti sono pronti per entrare in una famiglia affidataria, ma il sistema fa tutto il possibile per prepararli? O è una affermazione che buttiamo là solo per sentirci...

