AFFIDO E ADOZIONE: CHIEDERE AIUTO PRIMA DI DIRE “NON CE LA FACCIAMO PIU'”


In consulenza arrivano da me famiglie che hanno già deciso di chiudere l’affido (più raramente l’adozione), arrivano solo per capire come farlo, e nel più breve tempo possibile.

Lo hanno appena comunicato ai servizi, dopo avergli raccontato, per mesi, un percorso edulcorato fatto di conflitti ridimensionati, insofferenza trattenuta, difficoltà descritte come gestibili.

Adesso sono riusciti a dire tutto, adesso che non cercano un aiuto per proseguire, solo una strada per chiudere.

È su questo che vorrei soffermarmi. Perché una famiglia può avere così tanta difficoltà a chiedere aiuto? Perchè non riesce a farlo prima di arrivare al punto di non ritorno?

Probabilmente per paura di essere giudicati negativamente dalle istituzioni e di affrettare una chiusura dell’Accoglienza che ancora non hanno metabolizzato: Se raccontiamo tutto ai servizi, allontaneranno subito il bambino. Oppure per la delusione di ritrovarsi incapaci a portare avanti un progetto che avevano tanto desiderato. O per lo sguardo degli altri: dei parenti, degli amici, persino del vicino di casa. La paura di diventare, ai loro occhi, quelli che prima accolgono un bambino e poi lo riportano indietro.

Così si tace. Oppure si racconta una verità edulcorata: Siamo un po’ stanchi; È una fase difficile.

Intanto la tensione cresce e la relazione si logora…

Per questo chiedere aiuto presto, nello stesso momento in cui nasce il problema, è fondamentale. E il primo interlocutore devono essere i servizi sociali responsabili del progetto.

Il sostegno alla famiglia e al bambino fa parte della loro responsabilità. Una segnalazione di difficoltà richiede un approfondimento e risposte concrete: capire che cosa sta accadendo, attivare interventi educativi, psicologici o specialistici secondo necessità, sostenere la quotidianità. 

Abbiate pazienza, non può essere una risposta. Occorre concordare chi interviene, con quali strumenti e in quali tempi.

Ma come chiedere aiuto, concretamente? Io suggerisco sempre di accompagnare il confronto a voce con comunicazioni scritte. Una telefonata o un colloquio possono aprire il confronto; un’email (indirizzata ai referenti del servizio responsabile dell’affido, ai responsabili del centro affidi, al tutore) permette di lasciare una traccia chiara della situazione e della richiesta.

Nella comunicazione vanno riportati i fatti concreti: da quando sono iniziate le difficoltà, quanto spesso si presentano, quali conseguenze hanno sul bambino e sulle altre persone in casa, che cosa è già stato tentato e con quali risultati. Da evitare etichette sul bambino, ricostruzioni delle sue intenzioni, interpretazioni personali: è necessario raccontare solo ciò che accade.

Quando la situazione è articolata, può aiutare allegare anche una breve memoria cronologica, con gli episodi significativi, le richieste di sostegno già formulate e le risposte ricevute.

La richiesta deve essere esplicita: Chiediamo un incontro per valutare le difficoltà descritte e concordare un piano di sostegno a noi e al bambino, con interventi, referenti e tempi di verifica.

Dopo ogni incontro, potrebbe essere utile inviare un breve riepilogo degli accordi, chiedendo conferma o eventuali correzioni. Se la risposta non arriva, si può sollecitare per iscritto e coinvolgere il responsabile del servizio, utilizzando, quando necessario, la PEC. È utile conservare comunicazioni e ricevute, condividendo le informazioni delicate solo con i soggetti competenti. Scrivere serve a rendere visibile il bisogno e a dare continuità agli interventi. (ovviamente se c’è un pericolo immediato non si deve aspettare una risposta via email!). 

Se, dopo tutto questo, il sostegno dei servizi manca, tarda ad arrivare o risulta insufficiente, può essere utile rivolgersi anche a professionisti privati che possono aiutare a leggere la difficoltà, sostenere le relazioni e preparare un confronto più chiaro con la rete. Ma questo affiancamento non cancella la responsabilità dei servizi né può lasciare alla famiglia tutto il peso, anche economico, degli interventi necessari.

Insomma, è importante e doveroso (nei confronti di se stessi e del bambino) chiedere aiuto prima di avere deciso di interrompere: questo non garantisce che l’Accoglienza possa proseguire, ma permette di provare a sostenerla. 

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