AFFIDO FAMILIARE: LE FAMIGLIE SONO DEI BAMBINI, NON DEI CENTRI AFFIDO


Ma se mi formo in quel centro affidi, poi devo rispondere solo ai loro appelli!

Sono tante le famiglie che si scontrano con questo vincolo. E anche noi, dopo averle accompagnate nel nostro percorso di preparazione all’affido, incontriamo difficoltà nell’indirizzarle ai centri affidi.

Perché queste persone stanno cercando di prepararsi ad accogliere un bambino e invece si ritrovano a chiedersi se stanno sottoscrivendo un contratto di esclusiva!

Questa volta non parlo di esclusione o pregiudizio verso single e persone LGBT+, parlo di ostacoli che possono riguardare chiunque desideri avvicinarsi all’affido.

In alcuni territori mancano del tutto i percorsi di formazione (le famiglie offrono disponibilità, chiedono di prepararsi, e restano in attesa di un percorso che non parte). In altri territori, invece, la formazione c’è ma la disponibilità di chi la frequenta viene trattata come un’esclusiva del servizio che la organizza.

E così, tra le difficoltà che una famiglia incontra, dobbiamo aggiungere anche questa: prima trovare qualcuno che la formi, poi scoprire se quella formazione le aprirà delle possibilità o la legherà ad un unico servizio.

Insomma, in alcune realtà regionali, in alcuni Comuni, in alcuni centri affidi le famiglie vengono quindi accompagnate nella formazione…e poi trattenute. E la famiglia lo scopre quando, dopo aver partecipato agli incontri e completato il percorso, desidera rendersi disponibile anche per un bambino seguito da un altro territorio.

Magari fuori regione.

Magari perché i suoi bisogni sembrano compatibili con le risorse che quella famiglia può offrire.

Ed ecco che la restituzione positiva ricevuta a voce diventa improvvisamente non spendibile: la documentazione non arriva, il confronto tra servizi si complica, la disponibilità sembra subordinata alla permanenza nella banca dati locale.

Il messaggio, esplicito o implicito, suona quasi ricattatorio (il quasi, sul piano professionale, lo lascio): Vi abbiamo formati noi, quindi dovete restare con noi.

Ma la formazione all’affido non dovrebbe diventare un vincolo di appartenenza.

La legge n. 184/1983, all’articolo 1, comma 3, affida a Stato, Regioni ed enti locali il compito di promuovere la preparazione delle famiglie e delle persone disponibili all’accoglienza. La finalità è sostenere il diritto dei bambini a crescere in famiglia, non promuovere un diritto di esclusiva del servizio che organizza gli incontri.

Fermo restando che aver frequentato un percorso non significa ottenere un’idoneità universale, né essere automaticamente adatti a qualsiasi bambino, la formazione della famiglia è altra cosa dalla sua valutazione per uno specifico abbinamento (è possibile che anche un altro servizio, in un’altra regione, possa avere bisogno proprio di quella famiglia!)

Trattare il percorso già svolto come inutilizzabile appena si oltrepassa il confine del Comune, è un passo del tutto arbitrario.

Le Linee di indirizzo nazionali, aggiornate nel 2024, contemplano l’affidamento a famiglie residenti in territori diversi da quello del bambino e indicano la necessità di collaborazione tra i servizi coinvolti. La raccomandazione 122.b.4 prevede espressamente il raccordo con il servizio sociale e il centro affidi del Comune in cui risiede la famiglia affidataria. Il confine amministrativo richiede coordinamento: non dovrebbe trasformarsi in una barriera.

Naturalmente, la distanza conta: contano gli incontri con la famiglia d’origine, i rapporti tra fratelli, la scuola, le cure…Un progetto fuori regione può essere opportuno oppure no. Ma questa valutazione deve partire dalla storia e dai bisogni di quel bambino. Non dalla preoccupazione di perdere una famiglia formata.

Comprendo l’impegno necessario per organizzare un percorso e riconosco il valore del lavoro svolto dagli operatori, del tempo e delle risorse investite, ma proprio per questo, quando una famiglia formata accoglie un bambino seguito da un altro territorio, quell’investimento raggiunge il suo scopo: diventa vera Accoglienza. È un risultato della formazione, non una dispersione di risorse.

Perché mentre discutiamo di chi sia la famiglia, un bambino aspetta e il suo tempo non è quello delle nostre scartoffie da ufficio.

Le famiglie sono dei bambini, non dei centri affidi, come ripete spesso la nostra Emilia!

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