AFFIDO SINE DIE: FAMIGLIA FINO ALL’ULTIMO RESPIRO. MA NON OLTRE.


Ci sono tanti modi con cui un affido puó finire.

Uno di questi é tremendo, anche se annunciato: quello che finisce trasformando la famiglia affidataria nell’ultimo posto in cui il bambino abbia ricevuto amore.

Ieri, una nostra piccolissima, è morta tra le braccia di G., una nostra mamma single che l’aveva accolta in affido sine die sapendo già che la sua vita sarebbe stata fragile e probabilmente breve.

La piccola aveva una malattia importante, che ha spaventato tante persone allontanandole dal desiderio di accompagnarla. Non é stato così per G. che, da sola, insieme con un altro figliolino fragile, ha deciso di essere con lei fino alla fine. Una fine voluta a casa, vissuta proprio come l’avrebbe vissuta una Mamma.

E qui bisogna dire una cosa difficile, immaginabile, paradossalmente logica su carta, ma altrettanto inquietante se si ha la sventura di viverla: l’affido, anche quando dura anni, anche quando diventa esclusivo (senza essere condiviso con nessun’altra famiglia), se il bambino muore, finisce. E giuridicamente, gli affidatari non sono più niente: non decidono sul funerale, non hanno piu voce né alcun diritto.

Cosí anche se quel bambino lo hanno cresciuto giorno e notte, anche se sono stati solo loro a curarlo, nutrirlo, contenerlo, amarlo fino all’ultimo respiro, gli affidatari, non contano piu nulla. 

Giusto? Sbagliato?

Sicuramente coerente con l’enorme contraddizione di un istituto, quello dell’affido, che oggi viene spesso applicato ben oltre le caratteristiche giuridiche per cui era nato.

Coerente con una temporaneità che, negli affidi sine die, non esiste più.

Coerente con l’idea degli affidatari come semplici sostenitori di una famiglia d’origine presente e recuperabile…quando invece, nella realtà, quella presenza tante volte è addirittura assente.

E così accade che, nel dolore più estremo, quel legame tra affidatari e bambino, rischia di non essere riconosciuto.

Però questa volta non é successo.

Questa volta il Tribunale, il giudice e il tutore sono rimasti accanto a G. giorno dopo giorno, trattandola per quello che era diventata davvero: la Mamma di quella bambina.

Hanno rispettato le sue volontà, le hanno riconosciuto uno spazio umano prima ancora che giuridico. E in un sistema che troppo spesso separa i legami dalle carte, quando questo succede, bisogna dirlo forte.

Perché G., con la sua bambina, nel momento più disumano che possa esistere, non é stata lasciata sola: é stata riconosciuta, vista, accolta. Da Mamma. 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Post recenti