Oggi voglio guardare la restituzione da un altro punto di vista: non da quello del bambino, non da quello della famiglia che ha rinunciato, ma da quello dell’intero sistema di tutela (compresi noi eh!).
La mia domanda è molto semplice: perchè chiediamo conto alle famiglie e non a chi le ha scelte per quell’abbinamento specifico?
Quando una famiglia (affidataria o adottiva) restituisce, tutti si chiedono perché lo abbia fatto: non era abbastanza preparata? Aveva aspettative troppo alte? Non aveva chiaro cosa significasse Accogliere? Si è arresa troppo presto?
Domande legittime. Ma ce ne sono altre, altrettanto legittime: Chi ha valutato quella famiglia? Chi ha deciso che fosse adeguata ai bisogni di QUEL bambino? Chi l’ha monitorata? E chi avrebbe dovuto accorgersi che quel percorso stava fallendo?
Nella mia esperienza di accompagnamento alle famiglie se da una parte ho incontrato famiglie che non hanno mai chiesto aiuto prima della decisione di interrompere l’affido o l’adozione (e confesso che sono la maggior parte); ne ho incontrate (poche) altre che invece hanno urlato a servizi e tutori tutta la loro difficoltà.
Quelle stesse famiglie che sono state poi liquidate da uno sbrigativo dovete avere pazienza o pensavate sarebbe stata una passeggiata?
Quelle stesse famiglie alle quali sono stati promessi interventi di sostegno mai concretizzati oppure arrivati quando la situazione era ormai compromessa.
Eppure l‘affido e l’adozione non possono essere responsabilità condivise sulla carta e poi lasciate interamente sulle spalle della famiglia. Le famiglie restano pur sempre famiglie, non sono operatori, non acquisiscono in un lampo la laurea ad honorem in psicologia.
Rispetto all’affido, poi, l‘articolo 4 della legge 184/1983 prevede che i Servizi sociali, attraverso relazioni (quantomeno) semestrali, riferiscano all’autorità giudiziaria l’andamento del percorso. Quindi i controlli esistono? O esistono solo su carta? E chi controlla chi dovrebbe controllare?
Anche qui mi taccio.
Vorrei che alzassero la mano tutte le famiglie che almeno una volta ogni sei mesi si sono sentite monitorate, come vorrei che alzassero la mano tutti i bambini/adolescenti in affido che sono stati ascoltati nelle opportune sedi almeno una volta ogni sei mesi.
E arriviamo al punto nodale.
Una volta restituito il bambino e valutata l’inadeguatezza della famiglia affidataria (che comunque, di fatto, non subisce alcuna conseguenza giuridica né limitazioni per una futura disponibilità di accoglienza), chi valuta l’operato dei professionisti? Chi verifica se gli interventi previsti siano stati realmente attivati? Chi risponde di eventuali errori?
In poche parole: si analizza davvero perché una Accoglienza sia fallita?
Quando un bambino viene restituito, non basta aggiornare il suo progetto educativo e cercargli un’altra collocazione o decidere di lasciarlo parcheggiato per i successivi anni in comunità. Se non analizziamo le cause del fallimento, come facciamo a scegliere il progetto futuro per lui?
Non sarebbe forse il caso di introdurre una procedura nazionale di valutazione degli affidi interrotti che preveda: l‘ascolto del bambino e della famiglia accogliente; l‘adeguatezza dell’abbinamento iniziale; la ricostruzione delle richieste di aiuto e dei sostegni effettivamente garantiti e di conseguenza… l‘individuazione di eventuali errori, omissioni o criticità professionali?
Non mi sto appellando ad una caccia al colpevole, solo ad una verifica delle responsabilità di tutti gli adulti coinvolti (comprese noi associazioni, naturalmente).
Perché una famiglia accogliente può sbagliare.
Una equipe può sbagliare.
Un abbinamento può rivelarsi inadeguato.
Ma se il sistema non individua gli errori fatti, rischia di ripeterli: e a quel punto, chi si sta veramente proteggendo?
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