Qualche tempo fa, durante una consulenza, una famiglia mi ha fatto una domanda che conosco, purtroppo, molto bene: Ma se desiderava tanto una famiglia, perché adesso si comporta così?
Il ragazzino di questa coppia (un adolescente dal profilo normalissimo, quasi anonimo) aveva aspettato anni in comunità, chiedendo quasi giornalmente agli educatori, e persino al Giudice, una casa dove andare.
Poi una famiglia è arrivata davvero.
Durante l’avvicinamento sembrava felice, rispettoso, attento. Ogni volta che li vedeva chiedeva di poter andare via con loro.
Poi è entrato in casa. E qualcosa è cambiato.
Ha cominciato ad essere rabbioso, provocatorio, sfidante, a rifiutare le semplici regole della convivenza, persino quelle che in comunità rispettava senza alcuna difficoltà.
La famiglia ha cominciato a vedere un ragazzino diverso da quello che aveva conosciuto, da quello che gli era stato descritto dai servizi e dal Tribunale. La famiglia si è sentita presa in giro dal sistema, ingannata.
Non siete la mia famiglia.
Stavo meglio in comunità.
Voglio andarmene.
Al suono di quelle parole la famiglia si sente sola, tradita: Se avessimo saputo che sarebbe stato così, non avremmo mai accettato questo affido.
Ed è proprio qui che, secondo me, dobbiamo fermarci.
Ma siamo sicuri che sia lui ad essere cambiato?
Quando diciamo a gran voce Finalmente è arrivato a casa!, siamo davvero sicuri che quella, per lui, sia già casa? Spesso capita che, davanti alla sua rabbia, alle sue provocazioni, ci perdiamo nell’ostinata ricerca di una spiegazione, arrivando a conclusioni errate: Non ci vuole. Non era pronto. Ci ha preso in giro. La comunità e i servizi ci hanno illusi. Per lui è meglio tornare in comunità.
Ma queste sono conclusioni nostre, non ciò che lui sta cercando di dirci. Soprattutto con gli adolescenti, è fondamentale distinguere quello che vediamo, da quello che pensiamo significhi.
Proprio in questo momento sarebbe utile tenere a mente che non sappiamo cosa stia realmente accadendo dentro quel ragazzino: Abbiamo solo una certezza: desiderare disperatamente una famiglia e riuscire a viverci dentro, sono due cose molto diverse.
Ed è qui che noi adulti giochiamo un ruolo fondamentale rispetto all’epilogo dell’intero percorso.
La famiglia che è venuta in consulenza da me era sicuramente preparata ad Accogliere, forse, però, lo era meno ad essere rifiutata. Probabilmente, accogliendo un adolescente, aveva messo in conto parolacce, provocazioni, qualche porta sbattuta, difficoltà scolastiche, crisi…(magari, raccontandosele prima, ci aveva persino sorriso sopra!)
Ma c’è una cosa alla quale spesso noi adulti non siamo pronti: ed è quella di essere rifiutati proprio dal ragazzino che abbiamo accolto contro tutto e contro tutti, quello che in comunità piangeva perché voleva venire via con noi, quello che nessun altro avrebbe accolto, quello che, nella nostra testa e nel nostro cuore, avevamo già cominciato a vedere come Figlio.
Quello stesso ragazzino che oggi, guardandoci dritto negli occhi, è capace di dirci: Tu non sei mia madre.
E adesso? Che cosa facciamo delle nostre aspettative? Della fatica? Del bisogno di essere riconosciuti? Del Dopo tutto quello che stiamo facendo per te…?
Invece è proprio a questo che una famiglia dovrebbe essere preparata.
Un adolescente appena arrivato non deve dimostrarci proprio niente: non deve essere riconoscente, non deve chiamarci mamma o papà e, soprattutto, non deve diventare il Figlio che avevamo immaginato.
Durante quella consulenza, allora, ho spostato la domanda da: Perché ci sta facendo questo a: Che cosa stiamo vedendo e che cosa immaginiamo stia accadendo.
Perchè qui è veramente necessario non confondere un comportamento di rifiuto con il rifiuto della relazione, è necessario non interpretare a nostro modo il comportamento che vediamo.
Ecco perché le famiglie che scelgono di Accogliere un adolescente, ancora prima di essere preparate ad Accogliere, devono essere pronte ad Accogliere qualcuno che probabilmente non è ancora pronto ad essere Accolto.
Alla fine della consulenza, la domanda iniziale è diventata un’altra: Siamo capaci di restare adulti anche davanti ad un ragazzo che, almeno per ora, non riesce a sentirsi nel posto giusto?
Perché quando un ragazzino grida: Non ti voglio, sappiamo cosa abbiamo sentito, ma non sappiamo ancora, solo da quelle tre parole, tutto quello che lui sta cercando di dirci.
Ed è proprio lì che dovremmo smettere di interpretare, e cominciare ad ascoltare.
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