Affido non è solo accoglienza. È anche connessione.
Anche quando la famiglia di origine è lontana. Anche quando è assente. Se è possibile, quel filo va tenuto. Sempre.
Uno dei compiti più delicati degli affidatari è proprio questo: impegnarsi a mantenere il legame tra il minore e la sua famiglia di origine, se il Tribunale e le condizioni lo permettono.
Perché quel filo, anche se sottile, anche se invisibile, fa parte della sua storia. Della sua identità.
E anche quando non ci sono incontri fisici, serve rispetto. Sospendere il giudizio.
Accogliere anche chi non c’è, o non c’è stato nel modo giusto. Perché questo e solo questo crea fiducia e costruisce Alleanza tra il minore e la famiglia affidataria.
Nel caso di affido consensuale, dove le due famiglie si incontrano, il rispetto resta centrale.
Non si tratta di instaurare un rapporto confidenziale, ma di costruire un affido partecipato: con confini chiari regole condivise e un calendario di incontri definito dai servizi sociali.
L’obiettivo? Sostenere il legame del minore con la propria famiglia biologica, accompagnarlo verso una possibile riappacificazione con il proprio vissuto e, ove possibile, verso il rientro in famiglia.
MA è importante ricordare anche un’altra verità: non tutti i bambini e ragazzi in affido hanno una famiglia biologica da incontrare.
Alcuni vivono da anni in struttura, senza alcun parente da incontrare. Di fatto sarebbero già adottabili…MA restano in un limbo.
Insomma l’affido è complesso. Ogni storia è unica. Ogni legame va rispettato. E ogni assenza, riconosciuta.
K.F.
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