Quando parlo di affido, davanti a me trovo sempre un interlocutore che tenta di incasellare tutti in categorie rigide: questi sono i buoni, questi i cattivi, poi c’è chi salva e chi sbaglia…
Peccato però che la realtà sia molto più complicata.
Ad esempio, se ci sforziamo di relegare la famiglia biologica del nostro bimbo in affido nella categoria dei cattivi, rischiamo di dimenticare una cosa fondamentale: anche se fragile, assente, discontinua o problematica, quella famiglia continua comunque ad abitare il cuore e i pensieri di quel minore. E tutto questo perchè non dobbiamo mai cadere nell’errore di pensare che accogliere significhi sostituire: al contrario, l’affido funziona solo quando non proviamo a cancellare la storia precedente ma, invece, troviamo il modo di integrarla.
Non si tratta di fare finta che il dolore non esista, né di edulcorare un passato traumatico. Si tratta solo di riconoscere che, per i nostri bambini, la famiglia biologica rimane un pezzo fondamentale della propria identità.
Quindi l’obiettivo dell’affido non può essere creare una nuova storia al posto della vecchia, ma aiutare il minore a tenere insieme i pezzi del passato, senza sentirsi sbagliato (e questo anche quando quella famiglia è imperfetta, o latitante o, addirittura, continua a fare male).
Insomma per noi affidatari il punto non è scegliere da che parte stare: è permettere al bambino di non dover scegliere.
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