Decido di riportare la risposta del nostro papà Marco, single, omosessuale, affidatario e ora adottivo, perché quando qualcuno si permette di dire che una famiglia omogenitoriale fa schifo, si possa render conto che non sta colpendo l’adulto ma il bambino di quella famiglia: sta dicendo a quel bambino che la sua casa vale meno, che il suo amore non è giusto. Marco lo dice con eleganza: l’omosessualità non toglie nulla alla sua capacità di essere padre. L’odio, invece, sì. Quindi con fermezza, e senza aggressività, Marco mette un confine: puoi avere opinioni, ma non puoi calpestare mia figlia per esprimerle. Nel 2013 la Corte di Cassazione ha ribadito come l’orientamento sessuale non possa essere un criterio per valutare la capacità genitoriale. Aggiungerei anche che, prima ancora del diritto, c’è il buon senso: la qualità di una famiglia si misura su cura, responsabilità e presenza, non sul genere di chi la compone. Marco in queste poche righe racconta la sua realtà quotidiana, quella di un padre come tanti: si alza, cucina, si preoccupa, mette limiti, consola, protegge. Chi ritiene che l’orientamento sessuale possa annullare tutto questo, è quantomeno bizzarro.
“Allora te lo dico col cuore, ma senza abbassare la testa.
Quando dici “fa schifo”, stai parlando di mia figlia.
Stai dicendo che la sua famiglia “fa schifo”. Che l’amore, la sicurezza e la stabilità che le do valgono meno solo perché sono omosessuale.
Io non sono un’idea astratta. Sono un genitore. Mi alzo la mattina, mi preoccupo, proteggo, ascolto, metto regole, abbraccio quando serve. Ho adottato una ragazza e la mia priorità è che cresca serena, forte e amata.
L’omosessualità non toglie nulla alla mia capacità di essere padre. L’odio, invece, toglie molto a chi lo coltiva.
Se vuoi criticare qualcosa, critica i fatti. Ma non chiamare “schifo” una famiglia che esiste, che ama e che funziona. Perché dietro quella parola c’è una bambina vera. E lei merita rispetto”.
Marco, papà di P.
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