Affido: atto punitivo o protettivo?


Ultimamente è un retropensiero che mi torna spesso: quando entro in Tribunale, quando leggo un Appello, quando ai servizi chiedo della famiglia d’origine e mi rispondono solo: Non era adeguata. Fine. Sipario.

La mia è una paura più che una certezza: e se, negli anni, in qualche raro caso, l’affido avesse perso la sua natura preventiva trasformandosi in una sorta di punizione educativa per i genitori?

Non fate questo? → Allontanamento.

Litigate? → Allontanamento.

Non avete soldi? → Allontanamento.

Mi ostino a credere che non sia così (altrimenti dovrei cambiare lavoro!). Perché l’affido non può, non deve mai diventare un castigo: colpire i genitori significherebbe colpire i figli.

L’affido è aggiungere, non togliere: più adulti attorno al bambino, più stabilità, più rete, più sostegno. Proteggere, non punire.

Forse sono solo mie elucubrazioni. Forse nessun bambino è mai stato allontanato per motivi così…folli. Ma io, nel dubbio, le antenne le tengo dritte: quando si parla di bambini, meglio un pensiero in più che un allontanamento in meno.

E nel libro Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma questo emerge chiaramente: l’affido non è una sentenza, ma un ponte. Un ponte che permette a due sorelle adolescenti, Babbioncina e Nevrotic, di crescere nella cura e nella stabilità di cui hanno bisogno mentre la mamma biologica rimane presente -anche con le sue fragilità e imperfezioni- provando a costruire relazioni sane.

Qui l’affido torna ad essere ciò che deve essere: protezione, non punizione.
Babbia e Nevro vivono in un ambiente sicuro, la mamma resta una presenza possibile e significativa, capace di dare quello che può. E tutti -bambine, famiglia affidataria e biologica- ricevono ciò che serve davvero: cura, attenzione, sostegno.

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