AFFIDO e ADOZIONE: ACCOMPAGNARE UNA FAMIGLIA CHE VUOLE “RESTITUIRE” UN BAMBINO


Ci sono consulenze che mi mettono molto più alla prova di altre.

Una di queste è quando una famiglia mi dice: Non ce la facciamo più. Vogliamo interrompere l’Accoglienza.

Naturalmente anch’io ho una reazione immediata, del tutto personale, perché dall’altra parte c’è un bambino, un bambino che ha già sperimentato separazioni, lutti, maltrattamenti. E dentro di me scatta subito una domanda: ma davvero non c’è un’altra possibilità?

Eppure, proprio a partire da questo momento, è fondamentale che io ricordi a me stessa quale sia il mio ruolo.

Io sono una counselor, non sono lì per decidere al posto loro. E soprattutto non sono lì per portarli dove (io) immagino sia giusto che vadano.

E’ difficilissimo sospendere il giudizio quando una famiglia mi dice voglio che questo bambino vada via. Dall’altra parte non posso permettermi nemmeno di cadere nell’errore opposto: rassicurarla troppo in fretta con Avete fatto tutto quello che potevate, è meglio così..

Il mio compito è molto più scomodo ed è quello di aiutarla a riflettere per arrivare ad una scelta consapevole (al di là che io la condivida o meno).

Quando una famiglia è arrivata al limite, non lo vogliamo più può voler dire moltissime cose. Può significare davvero: abbiamo compreso che non possiamo essere la sua famiglia. Ma può anche significare: non dormiamo più, siamo terrorizzati, non sappiamo gestire i suoi comportamenti, non eravamo preparati a questi bisogni, siamo soli e in questo momento vogliamo soltanto che tutto finisca.

Sono cose molto diverse.

E allora non chiedo: Siete proprio sicuri di volerlo restituire? (Perché già dentro quella domanda potrebbe esserci un giudizio). Chiedo invece: Quando avete capito che non potevate più continuare?

Che cosa è diventato insostenibile?

State dicendo che non riuscite ad essere la famiglia di questo bambino, o che non riuscite più a vivere nelle condizioni in cui vi trovate?

Se aveste concretamente gli aiuti che oggi vi mancano, la vostra decisione sarebbe la stessa?

E faccio anche la domanda opposta:

C’è qualcosa che, anche se arrivassero tutti gli aiuti possibili, vi farebbe comunque dire: no, noi non vogliamo continuare?

Devo stare attenta anche a quali domande fare.

Questa è la differenza tra una chiacchierata tra amici e una consulenza per offrire strumenti.

Il mio parere non conta nulla e più riesco a sospendere il giudizio nei confronti della famiglia e più, paradossalmente, tutelo il bambino al centro del percorso. 

Se quella famiglia può accoglierlo davvero -non sopportarlo, non resistere, non aspettare che diventi diverso- allora vale la pena capire di quali sostegni abbia bisogno.

Ma se invece emerge che quel bambino, con le sue autentiche fragilità, non può essere accolto da quella famiglia…questa consapevolezza va guardata in faccia. Perché prolungare un’accoglienza fondata sul senso di colpa, sull’obbligo morale o sulla speranza che il bambino prima o poi diventi più facile, non tutela il bambino. E non lo fa diventare Figlio (per sempre o per un po’). Molto probabilmente rimanderebbe nel tempo la restituzione, rendendola ancora più dolorosa.

Sopra ad ogni cosa ci deve essere l’accettazione del bambino reale e delle sue fragilità, quindi quando accompagno una famiglia non utilizzo mai la speranza nel cambiamento (per convincerla a resistere).

Non posso dire: Vedrete che con il tempo cambierà, quando si sentirà sicuro sarà diverso, con le terapie miglioreràPerchè può accadere, come può non accadere, o non accadere nella misura in cui la famiglia spera.

E allora la domanda più giusta diventa la più scomoda: Se questo bambino rimanesse quello che conoscete oggi, riuscireste a tenerlo con voi?

Perché un bambino non può essere accolto a condizione che cambi. Posso sperare nella sua evoluzione, sostenerla, offrirgli tutte le opportunità possibili, ma la disponibilità dell’adulto deve confrontarsi con il bambino che c’è oggi, non con quello che si spera possa esserci domani.

Il mio compito, quindi, non è salvare l’affido a tutti i costi, né accompagnare automaticamente la famiglia all’interruzione perché ormai ha deciso.

Il mio compito è creare uno spazio protetto, autentico, in cui tutti sospendiamo il giudizio e guardiamo quella decisione da più prospettive: il bambino, la situazione attuale e la paura del futuro.

Il mio lavoro non è convincere.

Non è assolvere.

Non è condannare.

È fare domande. Restituire contraddizioni. Lasciare silenzi. Aiutare a distinguere la stanchezza dal rifiuto, la paura dal limite, il senso di colpa dal desiderio e soprattutto il bambino immaginato da quello reale.

Ci sono voluti tanti anni di lavoro per capire che aiutare un adulto a riconoscere che non può essere il genitore di quel bambino significa anche aiutare quel bambino ad avere la possibilità di incontrare la famiglia che può esserlo.

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