GENITORIALITA’ TRANSGENDER: PERCHE’ L’ AFFIDO RESTA FUORI DALLE BATTAGLIE LGBTQIA+?


SPECIALE – Conversazione con Antonia – 2/4

Nel nostro viaggio nella genitorialità transgender abbiamo la volta scorsa abbiamo Antonia. In questa seconda puntata, con lei, ho cercato di esplorare una domanda che mi accompagna da anni: quando parliamo di genitorialità LGBTQIA+, perché ci si concentra soprattutto su come avere un figlio, e molto meno su come accoglierne uno?

Insomma: perché l’affido fatica ancora a diventare una battaglia collettiva del movimento LGBTQIA+? Non si tratta di chiedere corsie preferenziali, ma solo di capire perché una possibilità già aperta anche alle persone LGBTQIA+ resti così poco raccontata, discussa e rivendicata.

1. Da osservatrice privilegiata del movimento LGBTQIA+, hai la sensazione che il tema della genitorialità venga trattato come una priorità oppure come un tema secondario?

Direi che, complessivamente, viene ancora trattato come un tema secondario, anche se negli ultimi anni la situazione è certamente cambiata.

La genitorialità è entrata nel dibattito LGBTQIA+, ma molto spesso attraverso alcune questioni specifiche: il riconoscimento dei figli delle famiglie omogenitoriali, la procreazione medicalmente assistita, la gestazione per altri, la possibilità di formare una famiglia. Sono temi importantissimi, ma mi sembra che si parli ancora troppo poco della genitorialità come esperienza concreta e come possibilità di vita per le persone LGBTQIA+.

Nel caso delle persone transgender, questo vuoto mi sembra ancora più evidente. Abbiamo costruito molte delle nostre battaglie intorno al diritto all’identità, alla salute, alla non discriminazione e al riconoscimento sociale. Tutto questo è fondamentale. Ma raramente ci chiediamo come una persona transgender immagini la propria vita tra dieci, venti o trent’anni.

E in quella vita può esserci anche il desiderio di essere genitore.

Credo quindi che la genitorialità debba diventare maggiormente una priorità politica e culturale del movimento. Non perché debba essere considerata una tappa obbligatoria della vita, ma proprio perché deve essere una possibilità reale anche per una persona LGBTQIA+, se lo desidera.

E c’è un altro aspetto che trovo particolarmente importante: quando parliamo di genitorialità, dovremmo riuscire a spostare lo sguardo anche dagli adulti ai bambini.

Non dovremmo parlare soltanto del desiderio di una persona adulta di diventare genitore. Dovremmo chiederci anche quanti bambini hanno bisogno di adulti capaci di accoglierli, accompagnarli e prendersi cura di loro.

È qui che, secondo me, il tema dell’affido può aprire una prospettiva completamente nuova anche all’interno del movimento LGBTQIA+.


2. AFFIDIamoci negli anni ha percepito una certa reticenza delle associazioni LGBTQIA+ a esporsi sull’affido familiare. Perché, secondo te, l’affido familiare fatica a diventare una battaglia collettiva del movimento?

Credo che ci siano diverse ragioni e penso sia importante parlarne con molta onestà.

Una prima ragione è che per anni il movimento LGBTQIA+ ha dovuto concentrarsi sulla conquista e sulla difesa di diritti fondamentali: il riconoscimento dell’identità, la lotta alle discriminazioni, il diritto alla salute, il riconoscimento delle coppie e delle famiglie. Sono battaglie necessarie e che hanno richiesto moltissime energie.

L’affido, però, introduce una prospettiva un po’ diversa. Non riguarda soltanto il diritto di una persona adulta a costruire una famiglia, ma mette al centro un bambino o una bambina che ha già una storia, dei bisogni e spesso anche delle fragilità.

Forse proprio per questo è più difficile inserirlo dentro le narrazioni tradizionali delle nostre battaglie.

C’è poi, secondo me, una questione culturale. Quando pensiamo alla genitorialità LGBTQIA+, tendiamo ancora a concentrarci molto sul desiderio degli adulti di avere un figlio e sulle modalità attraverso le quali questo desiderio può realizzarsi. L’affido parte invece da una domanda diversa: ci sono bambini che hanno bisogno di una famiglia e di adulti disponibili ad accoglierli?

Questo cambio di prospettiva può essere spiazzante, ma credo sia proprio ciò di cui abbiamo bisogno.

Non penso quindi che ci sia necessariamente una contrarietà all’affido da parte delle associazioni LGBTQIA+. Credo piuttosto che sia mancata finora una vera elaborazione politica e culturale su questo tema.

E forse abbiamo anche avuto un po’ paura di entrare in un terreno nel quale sappiamo che esistono ancora molti pregiudizi. Una persona transgender che decide di proporsi come affidataria può chiedersi: Come verrò valutata? La mia identità sarà considerata un problema? Dovrò dimostrare di essere più adeguata degli altri?

Sono domande legittime.

Ma proprio per questo penso che il movimento dovrebbe esserci. Non per chiedere un trattamento di favore per le persone LGBTQIA+, ma per affermare un principio molto semplice: l’orientamento sessuale o l’identità di genere non possono essere utilizzati come misura della capacità di una persona di prendersi cura di un bambino.

E credo che questa potrebbe diventare una battaglia collettiva importante: non soltanto per le persone LGBTQIA+ che desiderano diventare affidatarie, ma soprattutto per quei bambini che hanno bisogno di trovare adulti capaci di esserci per loro.

3. Puó essere che la battaglia per l’affermazione dell’identità di genere faccia passare in secondo piano la genitorialità?

Sì, credo che possa accadere, ma farei una precisazione: non penso che sia la battaglia per l’affermazione dell’identità di genere il problema. Quella rimane una battaglia fondamentale. Il problema può essere quando finiamo per considerarla il punto di arrivo.

Per molto tempo le persone transgender hanno dovuto lottare semplicemente per poter essere riconosciute e per poter vivere la propria identità. È comprensibile quindi che gran parte dell’attivismo si sia concentrato su questo. Ma oggi credo che dobbiamo avere il coraggio di allargare lo sguardo.

Una persona transgender non vive soltanto la propria identità di genere. È una persona che può avere desideri, relazioni, progetti, aspirazioni professionali e, naturalmente, anche il desiderio di diventare genitore.

Se continuiamo a parlare delle persone trans esclusivamente attraverso la lente dell’identità, rischiamo involontariamente di produrre una rappresentazione parziale delle nostre stesse vite.

E questo riguarda anche me. Nel mio percorso personale e nel lavoro che svolgo quotidianamente, ho imparato che non possiamo chiedere alle persone transgender soltanto di essere riconosciute: dobbiamo creare le condizioni perché possano progettare la propria vita.

E progettare la propria vita significa anche poter immaginare una famiglia.

Per questo non metterei in contrapposizione identità e genitorialità. Al contrario, penso che il riconoscimento dell’identità dovrebbe permettere di aprire tutte le altre possibilità. Una volta che una persona ha conquistato il diritto di dire questa sono io, dovrebbe poter dire anche questa è la vita che voglio costruire.

E credo che sia proprio qui che l’affido possa diventare un tema importante per le persone transgender: ci costringe a uscire dalla narrazione della persona trans come qualcuno che chiede soltanto di essere riconosciuto e ci permette di raccontarla anche come persona capace di assumersi responsabilità, di accogliere e di prendersi cura.

È un cambio di prospettiva che considero molto importante.

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