Essere riconosciuti per ciò che si è, è il punto di arrivo o il punto di partenza? – Conversazione con Antonia Monopoli – 1/4
Continua il nostro viaggio nella genitorialità transgender con Antonia Monopoli: dalla persona prima dell’attivista, dalla sua storia e da una domanda che riguarda molto da vicino AFFIDIamoci. Perché parlare di identità significa anche parlare della vita che, una volta riconosciuta quell’identità, ciascuno dovrebbe poter immaginare per sé. Anche una vita nella quale ci sia una famiglia. Anche una vita nella quale ci si possa prendere cura di un bambino.
1. Partiamo dalle presentazioni. Chi è Antonia, oltre l’etichetta di attivista transgender?
È una domanda che mi piace molto, perché spesso, quando si parla di me, l’identità transgender e l’attivismo finiscono per raccontare quasi tutto quello che sono. In realtà Antonia è molto di più.
Sono innanzitutto una donna, con la mia storia, le mie fragilità, le mie passioni, le mie relazioni e il mio percorso di vita. Sono una persona che, nel tempo, ha trasformato anche le proprie esperienze personali in una possibilità di incontro e di sostegno per altre persone.
Da molti anni lavoro a contatto con la comunità transgender e oggi sono responsabile dello Sportello Trans ALA Milano ETS. È un lavoro che per me non significa semplicemente occuparsi di diritti: significa incontrare quotidianamente persone, ascoltarle, accompagnarle nei momenti difficili, ma anche condividere con loro conquiste, cambiamenti e nuovi progetti di vita.
Credo che questa sia una parte importante di chi sono: una persona che ha imparato ad ascoltare. E forse è proprio l’ascolto, più ancora dell’attivismo, la cosa che sento maggiormente mia.
L’attivismo è arrivato anche attraverso la mia storia personale, ma non vorrei che la mia identità fosse ridotta a una battaglia. Mi interessa molto di più contribuire a costruire condizioni nelle quali una persona possa semplicemente vivere la propria vita, avere relazioni, lavorare, amare, costruire una famiglia, prendersi cura di qualcuno ed essere riconosciuta nella propria piena dignità. Ed è forse anche per questo che oggi trovo particolarmente interessante parlare di affido, perché ci porta oltre la dimensione della rivendicazione dell’identità e ci pone davanti a una domanda molto concreta: che cosa siamo capaci di dare agli altri?
2. Quando hai iniziato a occuparti di diritti transgender, qual’era la battaglia che sentivi più urgente? È cambiata negli anni?
Quando ho iniziato a occuparmi di diritti delle persone transgender, sentivo soprattutto l’urgenza di combattere contro lo stigma, la discriminazione e quella rappresentazione delle persone trans come persone diverse, da tollerare o da compatire, invece che come persone con gli stessi diritti e le stesse possibilità di chiunque altro. C’era, e per certi aspetti c’è ancora, una necessità molto forte di affermare la dignità delle persone transgender nella loro quotidianità: nel lavoro, nella salute, nei rapporti con le istituzioni, nella possibilità di avere una casa, delle relazioni, una vita affettiva e sociale.
Negli anni, però, la mia prospettiva è cambiata. Credo che anche grazie all’esperienza maturata sul campo abbia iniziato a interessarmi sempre meno soltanto alla domanda quali diritti dobbiamo conquistare? e sempre più alla domanda che possibilità di vita vogliamo che una persona transgender abbia?
Perché il rischio è quello di fermarsi alla sopravvivenza. Avere documenti coerenti con la propria identità, poter accedere ai servizi, non essere discriminata sono diritti fondamentali, ma non possono rappresentare il punto di arrivo.
Una persona transgender deve poter immaginare per sé una vita piena: può voler costruire una coppia, può voler avere dei figli, può voler essere genitore, può voler accogliere un bambino, può voler semplicemente costruire una famiglia secondo il proprio desiderio. Ed è proprio questo che sento come un’evoluzione della mia battaglia personale e politica. Non mi interessa soltanto che alle persone transgender venga riconosciuto il diritto di esistere: mi interessa che venga riconosciuto loro il diritto di vivere.
E vivere significa anche poter progettare il proprio futuro, prendersi cura degli altri ed essere riconosciute non soltanto per la propria identità, ma per ciò che sono capaci di dare.
3. Dal mio esclusivo punto di vista, si parla molto di identità di genere, meno di famiglia e di genitorialità. Ti riconosci in questa impressione?
Sì, in parte mi riconosco. Credo che per molti anni sia stato necessario concentrarsi sull’identità di genere, perché prima ancora di poter parlare di famiglia, di genitorialità o di progettualità, le persone transgender hanno dovuto conquistare il diritto fondamentale a essere riconosciute per quello che sono. Però penso che oggi sia importante fare un passo ulteriore.
Il rischio è che continuiamo a raccontare le persone transgender quasi esclusivamente attraverso la loro identità e attraverso le battaglie legate al riconoscimento di quella identità. È una dimensione fondamentale, ma una persona non è soltanto la propria identità di genere.
Una persona transgender può avere gli stessi desideri, sogni e progetti di qualsiasi altra persona: può innamorarsi, costruire una relazione, desiderare una famiglia, avere o crescere dei figli, prendersi cura di qualcuno. E credo che su questo abbiamo ancora molto da raccontare e da costruire. Anche nel mio lavoro quotidiano incontro persone transgender che hanno desideri di vita molto più ampi rispetto a quelli che spesso vengono rappresentati pubblicamente. E tra questi c’è anche il desiderio di essere genitori o di costruire una famiglia.
Per questo penso che il tema della genitorialità debba entrare maggiormente anche nella riflessione del movimento transgender. Non perché dobbiamo sostituire una battaglia con un’altra, ma perché l’affermazione dell’identità dovrebbe essere il punto di partenza per poter vivere pienamente, non il punto di arrivo. E forse dovremmo cominciare a raccontare le persone transgender non soltanto per le discriminazioni che subiscono o per i diritti che devono ancora conquistare, ma anche per le famiglie che possono costruire, per le responsabilità che possono assumersi e per la capacità che hanno di prendersi cura degli altri.
→ Continua nella Puntata 2: Perché l’affido resta fuori dalle battaglie LGBTQIA+?
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