GENITORIALITA’ TRANSGENDER: ESSERE GENITORI SIGNIFICA DAVVERO “AVERE” UN FIGLIO?


SPECIALE – Conversazione con Antonia – 3/4

Quando parliamo di genitorialità, la domanda sembra essere quasi sempre la stessa: Come posso avere un figlio? PMA, GPA, conservazione dei gameti, legame biologico…Eppure esiste un’altra domanda, molto meno comoda e forse molto più rivoluzionaria: Che cosa posso offrire ad un bambino che già sta aspettando una famiglia? In questa terza puntata, con Antonia, cambiamo prospettiva e mettiamo al centro non il modo in cui nasce un figlio, ma ciò che rende qualcuno genitore.

1. A volte sembra che il dibattito sulla genitorialità si concentri quasi esclusivamente sul come avere un figlio: PMA, GPA, conservazione dei gameti. Ma essere genitori coincide davvero con depositare dei gameti?

“No, assolutamente. E credo che questa sia una delle domande più importanti che dovremmo porci quando parliamo di genitorialità.

Avere un legame biologico con un bambino può essere una parte della storia di una famiglia, ma non è quello che, da solo, fa una persona genitore.

Essere genitori significa esserci. Significa assumersi una responsabilità, prendersi cura, accompagnare una persona nella crescita, accettare che quel bambino abbia una propria individualità e un proprio percorso. Significa esserci anche quando è difficile, quando non ci sono risposte semplici e quando non basta il legame biologico a risolvere le situazioni. Per questo penso che dovremmo ampliare il nostro modo di parlare di genitorialità. La PMA, la GPA e tutte le possibilità legate alla procreazione sono temi importanti per chi desidera costruire una famiglia, e non penso debbano essere messi in discussione. Ma non possono rappresentare l’unico modo attraverso cui immaginiamo la genitorialità.

Esiste anche una genitorialità che nasce dall’Accoglienza.

L’affido, in particolare, introduce un concetto ancora più complesso: non significa avere un bambino, ma accogliere per un periodo della propria vita un bambino che ha bisogno di adulti capaci di prendersene cura. E questa prospettiva, secondo me, è molto potente anche per le persone transgender, perché sposta completamente la domanda: non più soltanto come posso diventare genitore?, ma anche che cosa posso offrire ad un bambino che ha bisogno di una persona adulta capace di esserci?

Alla fine, penso che la genitorialità non si misuri attraverso il DNA. Si misura attraverso la capacità di costruire una relazione, di assumersi responsabilità e di prendersi cura. Un bambino non ha bisogno soltanto di sapere da chi proviene biologicamente. Ha bisogno soprattutto di sapere chi ci sarà per lui.

2. Perché, secondo te, anche dentro la comunità LGBTQIA+ si parla così poco delle migliaia di bambini che una famiglia già la stanno aspettando?

Credo che una delle ragioni sia che, quando parliamo di genitorialità LGBTQIA+, siamo ancora molto concentrati sul desiderio degli adulti di diventare genitori e sulle difficoltà che incontrano per poterlo realizzare. È comprensibile: per molte persone LGBTQIA+ diventare genitori ha significato e significa ancora confrontarsi con ostacoli culturali, sociali e normativi che le persone eterosessuali spesso non devono affrontare.

Ma credo che questo ci abbia portato, qualche volta, a dimenticare una parte fondamentale della questione: i bambini.

Ci sono bambini e ragazzi che una famiglia la stanno aspettando. Bambini che hanno bisogno di adulti capaci di accoglierli, di accompagnarli, di offrire loro stabilità e soprattutto una relazione significativa. E penso che il movimento LGBTQIA+ potrebbe interrogarsi molto di più su questo.

Forse perché l’affido è una forma di genitorialità che mette meno al centro il desiderio dell’adulto e molto di più il bisogno del bambino. Non si parte dalla domanda come posso avere un figlio?, ma dalla disponibilità a dire io posso esserci per questo bambino? E questo richiede anche di accettare un elemento che può essere difficile: nell’affido non si tratta necessariamente di costruire una genitorialità definitiva. Si tratta di entrare nella vita di un bambino per accompagnarlo in un momento particolare della sua storia, rispettando la sua famiglia d’origine e il suo percorso.

Penso però che proprio questa dimensione possa essere una ricchezza per la comunità LGBTQIA+. Noi abbiamo sempre parlato molto di autodeterminazione, di libertà, di possibilità di scegliere la propria vita. Credo che possiamo applicare gli stessi principi anche alla possibilità di scegliere di mettersi a disposizione di qualcun altro. E forse dovremmo avere il coraggio di raccontare maggiormente anche questa possibilità.

Non perché tutte le persone LGBTQIA+ debbano diventare affidatarie, naturalmente. Ma perché una persona transgender, lesbica, gay, bisessuale o queer dovrebbe sapere che può essere anche una risorsa per un bambino che ha bisogno di una famiglia.

Alla fine, credo che il vero salto culturale sia proprio questo: non chiederci soltanto quali possibilità abbiamo noi adulti di costruire una famiglia, ma anche quale contributo possiamo dare affinché un bambino possa avere la famiglia di cui ha bisogno”.

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