L’8 ottobre 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione del diritto al rispetto della vita familiare. Il 20 ottobre la vicenda è arrivata anche in Parlamento, attraverso un’interrogazione ai Ministri competenti.
È una storia che dovrebbe far riflettere tutti: magistrati, Servizi sociali, famiglie affidatarie. E anche noi che dell’affido ci occupiamo quotidianamente.
Un bambino viene dichiarato adottabile a pochi giorni dalla nascita e collocato presso una famiglia affidataria. La madre biologica si fa avanti, chiede di riconoscerlo e di poterlo riavere con sé.
Nel 2021 la dichiarazione di adottabilità viene annullata. Successivamente viene disposto il ricongiungimento con la madre.
Eppure il bambino rimane nella famiglia affidataria.
Passano i mesi. Poi gli anni.
Gli incontri con la madre non vengono concretamente garantiti. La famiglia affidataria si trasferisce a oltre 600 chilometri di distanza senza autorizzazione. I provvedimenti giudiziari rimangono su carta.
La Corte europea ha individuato responsabilità e carenze delle autorità italiane, denunciando l’insufficiente controllo sull’esecuzione dei provvedimenti dei Tribunali per i minorenni.
E qui vorrei fermarmi.
Perché nell’esperienza di AFFIDIamoci, accanto ad alcuni Servizi competenti e attenti, incontriamo famiglie con provvedimenti rimasti senza seguito, incontri continuamente rinviati, progetti di affido mai realmente aggiornati, mancanza di decreti, tutori irraggiungibili.
Il Tribunale dispone. I Servizi dovrebbero attuare. Le famiglie aspettano. E i bambini? Sono i veri penalizzati.
Chi verifica che quanto disposto venga effettivamente realizzato?
E soprattutto, chi ascolta il bambino mentre tutto questo accade?
Perché c’è anche un danno psicologico che nessuna sentenza potrà mai cancellare.
Un bambino non vive il tempo come un adulto. Cinque anni, per chi ne ha cinque, sono una vita intera. Sono gli anni in cui si costruiscono l’attaccamento, la fiducia negli adulti, il senso di sicurezza e di appartenenza.
La mancata possibilità di conoscere e costruire una relazione con la madre biologica può lasciare domande e vuoti incolmabili; ma anche un eventuale distacco improvviso dalla famiglia che lo ha cresciuto può generare paura e un vissuto abbandonico.
Ed è proprio questo che rende ancora più grave l’inerzia degli adulti: il rischio di mettere un bambino nella condizione di dover perdere qualcuno, qualunque sia la decisione finale.
Perchè quando le istituzioni non intervengono tempestivamente, ogni decisione successiva rischia di diventare dolorosa e di non essere la più giusta.
Un bambino che a pochi mesi avrebbe potuto essere accompagnato verso una relazione con la madre, dopo cinque anni è un bambino diverso. Ha una storia, affetti, appartenenze, legami.
Chi si assume la responsabilità di aver lasciato trascorrere tutto quel tempo? I servizi? Ma anche i Tribunali che hanno l’onere di vigilare sull’esecuzione dei propri provvedimenti.
La sentenza europea non stabilisce che oggi quel bambino debba essere semplicemente allontanato dagli affidatari. Chiede un riesame tempestivo della sua situazione, nel suo superiore interesse.
Ma una domanda rimane.
Se una decisione del Tribunale può restare ineseguita per anni, mentre la vita di un bambino cambia irreversibilmente, possiamo davvero parlare di tutela minorile?
Non basta scrivere nel superiore interesse del minore in un provvedimento.
Bisogna dimostrare, nei fatti, di saperlo proteggere.
E soprattutto, bisogna farlo in tempo.
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One thought on “AFFIDO E ADOZIONE: IL TRIBUNALE DECIDE, I SERVIZI NON ESEGUONO E IL BAMBINO PAGA”
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