Rispettare il vissuto del nostro bambino/adolescente non è una opzione: è ciò che tiene in piedi l’affido. I bambini arrivano da noi con legami profondi, che non si cancellano, anche quelli più devastanti rimangono indelebili. E’ vero, ci sono bambini che sembrano stare meglio senza; che non piangono quando i genitori biologici vanno via, che respirano, persino. Ma quel respiro non è detto che sia libertà: forse è solo sopravvivenza.
E qui entra in scena il famigerato conflitto di lealtà: è vero, alcuni dei nostri bambini sembra che si alleggeriscano prendendo le distanze da quelle figure ingombranti ma, dentro, restano fedeli, continuano silenziosamente a sentirsi in dovere di proteggerle, difenderle…salvare chi non è riuscito a proteggerli.
Questa è la loro verità. Anche quando non la dicono (o sentono di non poterla dire). E se li costringiamo a scegliere, li perdiamo. Se, invece, rispettiamo questo equilibrio, finalmente si affideranno a noi.
Ce lo spiega meglio la nostra M., che tutto questo l’ha vissuto sulla sua pelle.
“Quando avevo 7 anni sono stata in ospedale e, a quei tempi, i genitori venivano solo nell’ora di visita e nemmeno tutti sempre perché c’era chi stava lontano, o aveva altri figli piccoli da accudire e lavorava. Siccome era così per tutti, non ci sembrava particolarmente grave, certo qualche bambino soffriva di più il distacco, altri meno, io per niente. Anzi, quando mia madre arrivava in ritardo trafelata (lamentandosi per la nebbia e per la lontananza…anche sei lei non aveva bambini piccoli né lavorava) mi accusava di non correrle incontro e sembrava anche infastidita! (Qualche anno dopo mi hanno fatto lo stesso rimprovero le volontarie della comunità che venivano a trovarmi, una mi aveva persino detto: se mi accogli così non vengo più).
Insomma mia madre trovava il modo di sgridarmi sempre, tipo per il gettone del telefono che mi lasciava per telefonare la sera a mio padre e io mi dimenticavo, e lei mi faceva sentire una figlia ingrata lamentandosi che poi mio padre se la sarebbe presa con lei.
Morale: io respiravo senza la mia famiglia ma se mi avessero detto che mi toglievano a mia madre l’avrei difesa contro tutto e tutti perché mi sentivo responsabile per lei che era emotivamente così instabile, perché mi sentivo colpevole del fallimento del loro matrimonio di cui mia madre mi accusava. In realtà non capivo perché mi incolpasse, forse non ero la figlia che si sarebbero aspettati, ma io proprio non sapevo come sparire per liberarli di me senza farli soffrire. Sono arrivata anche a sognare di mettere i fiori di loto della dimenticanza nella loro minestra perché si dimenticassero di me e mi lasciassero andare senza soffrire per tornare ad essere felici come prima. Ma lo sarebbero stati davvero? Mi veniva un dubbio, forse no e allora dovevo proteggerli io? Ma come? Non potevo eliminare il male del mondo e la morte per farli vivere in paradiso e che potevo fare? Ero condannata all’ ergastolo, fine pena mai.
Quando non li vedevo mi dimenticavo di loro, distratta dalle altre cose; ero piccola e non c’ era nessuno a proteggermi quindi prendevo a schiaffi tutti e stringevo i pugni e i denti in silenzio per non arrendermi e andare avanti, ma riuscivo anche a divertirmi sentendomi vista da qualcuno che era gentile con me senza sapere. E diventavo una bambina anch’ io come tutte le altre”.
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