L’affido, diciamolo, non è (solo) un atto d’amore, è un impegno relazionale, educativo. È la scelta di diventare casa, porto e riparo (per sempre o “fino a nuovo decreto”!) per qualcuno che porta con sé ferite, domande e paure.
Per chi appartiene alla comunità LGBTQ+, questa scelta si intreccia inevitabilmente con un’altra storia: quella del proprio percorso di identità. E qui, spesso senza bussare, entra in scena un ospite scomodo: l’omofobia interiorizzata ovvero l’introiezione, spesso inconsapevole, di pregiudizi negativi verso la propria identità o orientamento sessuale.
Secondo il modello del Minority Stress (Meyer, 2003), le persone appartenenti a gruppi minoritari (come quelle LGBTQ+) affrontano un carico aggiuntivo di stress legato alla stigmatizzazione sociale. Non parliamo solo di discriminazioni esplicite (che si vedono), ma di quelle impalpabili, sottili e per questo ancora più dannose.
L’omofobia interiorizzata è proprio questo: la fastidiosa vocina interiore che dice che non sei abbastanza uomo/donna/genitore/affidatario…”perché sei diverso”. Una vocina ben educata, che ha preso appunti da una società che per anni ti ha detto: Ok, ma meglio se non si vede troppo.
L’omofobia interiorizzata non è un difetto personale, ma il risultato dell’essere cresciuti in una società che, esplicitamente o implicitamente, ci ha detto per anni: l’eterosessualità è la normalità.
E se appartieni alla comunità LGBTQ+, questo messaggio non ti ha solo sfiorato, ma ti è entrato dentro, anche se sei cresciuto in una famiglia aperta, in una grande città, in ambienti accoglienti…quei condizionamenti molto probabilmente li hai assorbiti a livello inconscio.
Spesso sono difficili da riconoscere perchè si travestono da:
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Perfezionismo esasperato: Devo essere perfetto, altrimenti penseranno che…
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Autosabotaggio: Tanto non verrò mai considerato abbastanza come genitore, partner, professionista…
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Reticenza: Qui evito di dire che sono gay/bi/trans perché non voglio che mi giudichino
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Derisione verso gli altri: Io sì che sono normale, mica come quelli che…
L’omofobia interiorizzata non è una ferita personale, ma collettiva e devi essere capace di riconoscerla e guarirla (non per guarire da qualcosa che non va, ma per liberarti da ciò che non ti appartiene).
E tutto questo che cosa c’entra con l’affido?
C’entra eccome, perché se decidi di diventare genitore (affidatario, adottivo, biologico) quello che non affronti, lo trasmetti. Anche se non lo dici. Anche se non vuoi.
Immagina di accogliere un bambino o un adolescente.
Immagina di farlo mentre combatti (più o meno consapevolmente) con il bisogno di dimostrare che sei bravo abbastanza, che la tua famiglia è normale abbastanza. Immagina di doverti interfacciare quotidianamente con servizi sociali, giudici e vicini di casa che a te pare (o forse è vero) che ti guardano strano.
Cosa arriverà a quel bambino o a quell’adolescente, anche se non dici nulla? Se tu non ti senti legittimato, come puoi legittimare il tuo bambino?
E allora, forse, prima di dire accolgo un minore, puoi chiederti: ho accolto davvero me stesso?
Esistono strumenti e percorsi pensati proprio per accompagnare chi sceglie di aprirsi all’affido con consapevolezza. Colloqui individuali di counseling o psicoterapia con professionisti esperti di tematiche LGBTQ+; percorsi formativi mirati, come quelli offerti da AFFIDIamoci, che non fingono che tutte le famiglie siano uguali, ma ti aiutano a riconoscere, e valorizzare, le differenze anche agli occhi dei servizi e dei tribunali. E poi ci sono i gruppi, fondamentali per rendersi conto che certe fatiche non sono individuali, ma sistemiche. E quindi affrontabili insieme.
Perchè la cosa più bella in tutta questa faccenda è che l’omofobia interiorizzata se riconosciuta e lavorata può essere uno strumento educativo potentissimo: insegna al tuo bambino ad essere ciò che si è, non quello che ci è stato detto di essere.
L’affido omogenitoriale può essere possibilità di educare alla libertà, non alla sopravvivenza; può essere una spinta alla costruzione della propria identità autentica.
L’omofobia interiorizzata non è colpa tua, non è un segno di debolezza, ma se scegli di accogliere un minore, diventa anche una tua responsabilità riconoscerla e lavorarci su.
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