Ne hanno parlato in molti. Anche realtà associative e istituzioni che, quando era in vita, non hanno fatto nulla per aiutarlo.
Ora gli chiedono scusa, postano riflessioni, citano il suo dolore.
Eppure, accanto a chi prova sincera indignazione, ci sono anche quelli che, tra le righe, dicono che in fondo se l’è cercata. Perché era difficile. Perché aveva problemi psichici. Perché era stato abbandonato dalla famiglia adottiva, sì…ma magari qualcosa avrà fatto.
Douglas è morto suicida a 28 anni.
A otto era stato adottato da una famiglia italiana. Dopo soli quattro giorni (quattro) è stato restituito. Da allora, la sua vita si è snodata tra comunità, strada e carcere. La sua storia è l’estremo di una realtà che esiste, ma troppo spesso resta sommersa: quella dei resi.
Con M’aMa, e con AFFIDIamoci per le famiglie mono e omogenitoriali, da anni incrociamo esperienze di resi nell’affido. Sull’adozione fino adesso mai -se non quando i bambini, nostri futuri Appelli, arrivano a noi con l’etichetta adottabile, dopo essere stati già restituiti (anche più volte, in alcuni casi).
Sì, succede anche questo. Bambini adottati e poi restituiti ai Servizi con la speranza (spesso vana) di ricollocarli.
Il punto è che i resi esistono. Anche se non se ne parla. Anche se non si contano.
Nell’adozione sono ancora un tabù. Nell’affido…nemmeno una categoria. Vengono registrati come chiusure anticipate del progetto.
Punto. Nessuna spiegazione. Nessuna reale presa in carico di quanto accaduto.
Così può accadere che una famiglia affidataria restituisca un minore, magari adolescente, e poco dopo venga autorizzata ad accoglierne un altro. Come se si potesse cancellare tutto: la storia, la ferita, il dolore. Ma il bambino non si cancella. Resta. Con un’altra cicatrice. Con l’ennesimo non sei stato abbastanza.
Chi sono i più colpiti?
Nella nostra esperienza: i preadolescenti e gli adolescenti. Oppure i bambini più piccoli con comportamenti esplosivi, quelli in cui il trauma irrompe con forza e l’amore, da solo, non basta più.
È per loro che ho scritto Non vi ho chiesto di chiamarmi mamma-cronaca di un affido sine die
Perché, se anche l’affido è formalmente un progetto a tempo, non si restituisce.
Perché l’affido non è una prova gratuita da sospendere se non funziona.
Quel libro è diventato anche una campagna omonima, un invito (forte e chiaro) a smettere di raccontare solo le storie facili.
Perché i resi non sono colpe, ma campanelli d’allarme. Segnali di un sistema che a volte semplifica, minimizza, sottovaluta.
Eppure, si potrebbe fare molto. Prima, durante e dopo un percorso di affido o adozione.
A cominciare da una formazione vera per le famiglie, almeno per quanto riguarda l’affido: non due ore e una pacca sulla spalla (in alcuni Comuni funziona proprio così). Serve tempo. Tempo per esplorare le motivazioni, confrontarsi con i propri limiti, costruire consapevolezza. Servono linee guida nazionali, una documentazione chiara e scritta, e una restituzione scritta alla famiglia, non solo verbale.
Sarebbe necessaria una presentazione autentica dei casi: completa, trasparente, senza omissioni. Le famiglie devono sapere tutto, anche quello che spaventa: diagnosi, traumi, incognite sanitarie.
E serve tempo per l’abbinamento. Un percorso graduale, accompagnato. L’ingresso in famiglia non può essere un trasloco d’urgenza. Un abbinamento non è ti piace?, ma come possiamo farcela insieme. Un bambino non è un esperimento. Non è una prova.
Da sempre, con M’aMa, offriamo un accompagnamento costante dopo l’inserimento ma ancora prima di noi dovrebbero essere i servizi a garantirlo, ad essere messi nelle condizioni di poterlo fare.
Le famiglie non possono essere lasciate sole nei momenti critici, nelle crisi che esplodono nel weekend…Servirebbe una reperibilità vera, una presa in carico d’urgenza da parte degli enti competenti.
Personalmente, io andrei oltre, e proporrei un affiancamento obbligatorio per la famiglia almeno durante il primo anno di inserimento del minore. Perchè è anche vero che laddove il sistema funziona, la famiglia non accetta l’aiuto o non lo ritiene necessario fino ad arrivare al punto di non ritorno.
E poi anche l’accompagnamento alla famiglia dovrebbe acquisire uno sguardo nuovo sulla genitorialità affidataria o adottiva: uno sguardo basato sulla relazione, non solo sulla gestione/valutazione del comportamento.
I comportamenti difficili, prima ancora di essere corretti, devono essere accettati, ascoltati, decodificati, compresi. Solo così potranno trasformarsi.
Ogni crisi è anche un messaggio. Serve una guida alla lettura affettiva, non solo educativa.
E se, nonostante tutto, l’affido si interrompe?
Allora si dovrebbe lavorare a ipotizzare alternative relazionali. Perchè un affido può trasformarsi in un’altra forma di legame. La continuità affettiva, in alcuni casi, può essere possibile. Anche le visite, se ascolto del minore e tutela lo permettono, sono possibili. Non penso sia sempre proficuo che un minore subisca un altro abbandono silenzioso, con la famiglia che fino al giorno prima lo aveva accolto e che poi scompare nel nulla, senza spiegazioni né parole.
Douglas non ha avuto nulla di tutto questo. È stato lasciato troppe volte. Da chi aveva promesso di esserci. Anche da chi oggi lo commemora, ma ieri lo ignorava.
Parlarne ora serve. Non per indignarsi a tempo scaduto. Serve per dire che si può fare meglio.
Che si deve fare meglio. E che, laddove l’amore vacilla, il sistema, noi tutti, dobbiamo imparare a restare.
K.F.
8 thoughts on “LA MORTE DI DOUGLAS E’ DIVENTATO UN CASO”
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Karin, grazie per queste riflessioni! Sono d’accordo su tutto: sulle responsabilità, sugli spazi di miglioramento, sulla necessità di affiancamento.
Due cose però vorrei aggiungere: ci sono casi in cui l’amore non basta, ci vuole la CURA, e nessuno ha la bacchetta magica. Quindi meglio sempre evitare i giudizi.
E soprattutto: non alimentiamo la convinzione che “le famiglie adottive restituiscono i bambini come pacchi postali”, perché non è così!! Io ho conosciuto situazioni terribili, e mai nessun bambino restituito. Ci sono casi in cui l’adozione viene revocata (ne conosco peraltro solo uno), ma per decisione del tribunale nell’interesse del minore, non per richiesta dei genitori. Non conosco il mondo dell’affido e forse è diverso, ma l’adozione è per sempre (salvo appunto decisione de tribunale) e io tutti questi “resi” non li ho mai visti
Non alimento, non giudico, riporto. I resi esistono: tra gli Appelli che trovi su www.affidiamoci.it tanti di loro hanno un CV di restituzioni. Una relatà che fa male, ma che esiste, nell’affido come nell’adozione
Fa malissimo. Mi stai dicendo che esistono tribunali che revocano l’adozione su “semplice” richiesta dei genitori? Voglio sperare che non sia così, che io sappia la revoca dell’adozione è una decisione del tribunale nell’interesse del minore.
So bene che non giudichi e non alimenti, ma a me fa male leggere tanti commenti a questo “caso”, di persone che nulla sanno ma giudicano “i genitori adottivi che restituiscono i figli come pacchi postali”. Anche se i fallimenti adottivi esistono (e uno ègiàtroppo), non è qualcosa che si fa a cuor leggero perché il bambino “non piace”, ma è una decisione dolorosa, e (che io sappia) non è una decisione dei genitori ma del tribunale
Non so cosa ho detto per farti immaginare che fossero i genitori a decidere la revoca dell’adozione. Mi spiace se non mi sono spiegata. Ti stavo sottolineando solo, a testimonianza della dolorosa realtà dei fallimenti adottivi, che molti dei nostri Appelli inviatici da Tribunali e Servizi per attivare la ricerca di famiglia, sono bimbi che hanno vissuto la restituzione adottiva.
In tutti i miei articoli non ho mai condannato o giudicato la famiglia di Douglas, mi sembra di essere stata chiara nel considerare la sua storia un fallimento di tutti noi, dell’intero sistema. Fallimento reale, visto l’epilogo.
E’ proprio il termine “restituzione”, “reso”, che secondo me e’ ingiusto e fa pensare a una decisione arbitraria dei genitori, mentre per fortuna questo non e’ possibile! O almeno, di questo sono convinta e me lo auguro. E’ un discorso complesso (come tutto quello che riguarda l’adozione!) e sono sicura che appena riusciremo a spiegarci ci capiremo 🙂
Assolutamente ci spiegheremo:::) ci sentiamo in questi giorni
Se anche fosse uno solo il reso sarebbe troppo e bisognerebbe parlarne per capire senza giudicare
Riassumo qui il mio (non solo mio) pensiero… e’ un po’ lungo, grazie a chi avra’ la pazienza di leggerlo!
*
La crisi adottiva: crisi, non fallimento; crisi, NON “RESTITUZIONE”
Leggo in questi giorni, a proposito del doloroso caso del suicidio di Douglas, commenti infuocati sui genitori adottivi che “prima prendono i bambini e poi li restituiscono come pacchi postali”. Mi ferisce sempre sentir parlare delle famiglie adottive in questi termini, perché da diversi anni guido un gruppo di genitori adottivi che attraversano una crisi importante, in cui ho conosciuto centinaia di situazioni al limite dell’immaginazione, e mai, MAI in questi anni ho sentito parlare di RESTITUZIONE. Le adozioni fallite certamente esistono, una sola sarebbe già troppo, ma per quanto ne so la revoca dell’adozione è sempre una decisione del tribunale nell’interesse del minore, non è “un figlio restituito come un pacco postale”.
Le (gravi) crisi che io conosco sono una minoranza rispetto al totale delle adozioni (la mia idea è che possano riguardarne il 20-30%) e si manifestano specialmente a partire dall’adolescenza. Che cosa succede?
I ragazzi “esplodono”: non vanno più a scuola, non tornano a casa la notte, hanno crisi di rabbia: spaccano oggetti, porte, armadi, vetri, specchi, quadri, lampadari… hanno frequentazioni malavitose e commettono reati: rubano, spacciano; hanno dipendenze da alcol e droga; sono aggressivi e chiedono soldi con le minacce e la violenza.
Le ragazze “implodono”: soffrono di depressione, si tagliano, si chiudono in camera, hanno comportamenti ipersessualizzati, gravidanze precoci, dipendenze, amori tossici.
Tutti gli adolescenti possono avere questi comportamenti? Certo, anche quelli non adottati. Sappiamo però che nel caso dei ragazzi adottati i problemi di comportamento sono più frequenti, e probabilmente riconducibili alle sofferenze della prima infanzia: questi ragazzi da bambini hanno subito la cosa peggiore che possa capitare ad un bambino, che nessun bambino al mondo dovrebbe mai subire: la perdita della famiglia di origine. Possono esserci poi anche altre cause (incuria, maltrattamenti, mancato rispecchiamento, disturbo di attaccamento, sindrome fetoalcolica, gravi problemi psichici ereditari o no…) su cui non voglio dilungarmi (ma conoscerle può essere d’aiuto); e certamente le difficoltà della prima infanzia lasciano il segno. L’adozione è una cosa COMPLESSA.
Nella crisi i genitori sono angosciati: la casa è devastata, hanno paura quando sono in casa da soli con il figlio, passano le notti a cercarlo nei parchi, chiudono a chiave i coltelli, nascondono le chiavi della macchina, i gioielli in cassaforte… hanno spesso i carabinieri in casa, passano attraverso udienze e processi… si chiedono “che cosa abbiamo sbagliato”… sono esausti, ma MAI in questi anni ho incontrato un genitore che abbia pensato di restituire il figlio. Al contrario, la loro preoccupazione principale è come riuscire AD AIUTARLO e accompagnarlo verso un futuro sereno.
In questi casi sappiamo che “l’amore non basta”, anche se è necessario. Ma c’è qualcosa che conta più dell’amore, o meglio, l’amore ne è parte necessaria: IL LEGAME. Il legame è quello che va oltre la crisi, che permette alla famiglia di restare per tutti il punto di riferimento, che permette alla famiglia di restare famiglia anche quando c’è un allontanamento TEMPORANEO, che non è una “restituzione”, ma è come un ricovero in ospedale.
Che cosa si può fare per affrontare la crisi? Su questo tema con i genitori del nostro gruppo stiamo scrivendo un nuovo libro; anticipo qui alcune riflessioni che pubblicheremo, nella speranza che possano essere di aiuto, anche solo a comprendere quello che le famiglie attraversano nella crisi.
Nelle crisi più gravi – Come chiedere aiuto
Non bisogna aver paura di chiedere aiuto. È difficile, perché chi non ha vissuto la drammaticità di queste situazioni tende frettolosamente a dare “la colpa” ai genitori, incapaci e inadeguati. E chi vive dentro a una crisi, per non sentire ANCHE il peso del giudizio altrui, e per non subire interferenze indesiderate, tende a tenere “i panni sporchi in famiglia”: così i problemi diventano sempre più grandi, e quando si chiede aiuto è già troppo tardi. Nelle crisi più gravi invece occorre chiedere aiuto PER LE VIE UFFICIALI e possibilmente ben prima che arrivi la maggiore età. L’aiuto si può chiedere in modi diversi, secondo la gravità:
1. Rivolgendosi ai servizi sociali territoriali. Si possono ottenere vari supporti, per i genitori e per il ragazzo, attraverso figure di diversa competenza (l’assistente sociale, lo psicologo e l’educatore). Il supporto però (quando c’è) è in genere molto limitato, perché i servizi sociali non hanno un budget specifico per iniziative individuali, e per disporne è necessario che venga aperto un procedimento amministrativo. Per questo, in base alla nostra esperienza, nei casi di crisi importante è opportuno richiederne l’apertura attraverso un ESPOSTO al Tribunale dei minori.
2. Nei casi di comportamenti rischiosi (abbandono scolastico, frequentazioni pericolose, dipendenze, devianze) è opportuno quindi rivolgersi (non ai servizi sociali ma) direttamente al Tribunale con un ESPOSTO: ovvero la lettera di un avvocato (civilista, esperto in diritto minorile) in cui si descrive la situazione e si chiede l’apertura di un PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO che disponga “misure opportune NELL’INTERESSE DEL MINORE”. Il tribunale emetterà un decreto con un dispositivo (insieme di provvedimenti e attività da svolgere) e delle risorse (anche economiche) dedicate a questo PROGETTO, che verrà seguito “sul territorio” (cioè, senza allontanare il minore da casa) dai servizi sociali. L’andamento del progetto verrà monitorato attraverso udienze successive a cui parteciperanno il minore, i genitori (supportati da un avvocato) e gli operatori. È opportuno tenere un diario, anche quotidiano, di quello che accade, perché può sempre essere utile (e non facile farlo “a memoria”) ricostruire esattamente gli avvenimenti.
3. Nei casi PIÙ GRAVI (aggressività, violenza, piccolo spaccio o altri reati) non bisogna aver paura di DENUNCIARE (attraverso una querela in commissariato o in questura) questi reati, anche più di una volta. La via giudiziaria è la più drastica, a volte (non sempre) si arriva all’allontanamento in comunità, ma è anche la più veloce e la più incisiva, quella che può meglio PROTEGGERE E AIUTARE i ragazzi che sono maggiormente a rischio, risucchiati nella spirale della violenza, dello spaccio o della piccola delinquenza. Che cosa succederebbe della vita di un ragazzo che dovesse continuare con questi comportamenti, diventando un rapinatore, uno spacciatore o anche “soltanto” un marito violento? Dobbiamo sapere che, se nostro figlio commette un reato, denunciarlo è il modo migliore per proteggerlo. Occorre sapere che in questi casi denunciare un figlio è qualcosa che si fa PER lui, e NON CONTRO di lui. Mamme del nostro gruppo che hanno denunciato il proprio figlio testimoniano che denunciarlo è la cosa migliore che abbiano fatto per lui in tutta la vita. L’allontanamento lo ha protetto da adulti senza scrupoli, gli ha permesso di mettersi alla prova, cancellare gli errori e trovare nuova fiducia in se stesso.
4. Infine, non bisogna aver paura di un allontanamento TEMPORANEO in comunità. L’allontanamento temporaneo è uno strumento importante per allontanare, appunto, i ragazzi da ambienti pericolosi e per intervenire con un PROGETTO seguito e monitorato da persone esperte, che li rafforzi nella fiducia in se stessi, attraverso un insieme di attività, di obiettivi raggiungibili e di conquiste quotidiane. È importante che la comunità abbia un obiettivo di recupero attraverso un progetto: non sono adatte quindi le comunità di accoglienza, ma le comunità focalizzate sulle difficoltà dei ragazzi: rieducative, terapeutiche, di contrasto alla dipendenza… Le “buone” comunità dispongono di professionisti competenti e hanno una rete di strutture collegate: scuole accoglienti, organizzazioni di volontariato, palestre e altre strutture sportive, centri anti-dipendenze, piccole aziende del territorio che danno opportunità di stage… in modo che i ragazzi siano occupati ogni giorno in attività che svolgono volentieri e che richiedono impegno per raggiungere obiettivi quotidiani (e raggiungibili). Si sentono così gratificati (e importanti per le persone che assistono nel volontariato), e questo li spinge a fare sempre meglio. E la famiglia? La famiglia rimane il punto di riferimento, sempre presente nelle lettere, telefonate… nelle visite settimanali col batticuore e le fotografie… e continuamente nell’ALLEANZA con la comunità per aiutare insieme i ragazzi a condurre il PROGETTO con successo. Il LEGAME con la famiglia, in quasi tutti i casi che ho conosciuto, nella lontananza non si è spezzato ma si è rafforzato… dal primo giorno si prepara il RIENTRO, e appena anche i ragazzi si sono “rafforzati” abbastanza (parliamo di almeno un anno, ma anche due o tre…) possono TORNARE A CASA.
5. Dopo la crisi acuta: è tutto risolto? No, la strada verso l’equilibrio e l’autonomia è lunga; ma certamente ci sono molti progressi. Occorre anche avere l’umiltà di accettare che non tutto è sotto il nostro controllo, che non possiamo sostituirci ai nostri figli nel vivere la loro vita. I genitori restano sempre accanto provando strade nuove, sempre uguali e sempre diverse… ma spesso l’alleato migliore è il tempo, che dà spazio ai progressi e alimenta la fiducia: i ragazzi “maturano” (non è un luogo comune) e quasi sempre piano piano trovano la loro strada. Ma se non la trovano, il LEGAME con la famiglia non è in discussione.
Spero di essere riuscita a spiegare quello che può succedere in una famiglia adottiva che attraversa una crisi, le difficoltà, le fatiche, le speranze, gli interventi possibili… spero che sia chiaro che un figlio NON “si restituisce come un pacco postale”. MAI.
Mariagrazia La Rosa
Gruppo “Mamme e Papà Adottivi Coraggiosi”