Ci sono parole che nell’affido non dovremmo mai sentire: una di queste è restituzione. Eppure accade. Un bambino o un adolescente entra in una famiglia affidataria e, ad un certo punto (dopo giorni, mesi, addirittura anni), quell’affido si interrompe e lui viene restituito. Ai servizi. Ad una comunità. Possiamo parlare delle ragioni, delle fragilità degli affidatari, degli errori nell’abbinamento e della solitudine in cui troppo spesso vengono lasciate le famiglie. E dobbiamo farlo. Ma senza perdere di vista una cosa: quando un affido fallisce, a pagare il prezzo più alto è sempre il minore. Questa volta non voglio raccontarlo io. Lascio la parola a Loredana, educatrice professionale di comunità, che quei bambini li ha visti tornare. E racconta cosa significa raccogliere, ancora una volta, i pezzi lasciati dagli adulti.
“Mi chiamo Loredana e sono un’educatrice professionale. Quando si parla di affido dobbiamo purtroppo anche trattare l’argomento dei minori affidati e poi restituiti dalle famiglie affidatarie.
Bambini e adolescenti che si trovano ad affrontare il terribile trauma di un altro abbandono, di un ulteriore rifiuto che ha un impatto devastante sul proseguo della loro vita già segnata dal dolore e dalla sofferenza, un’esperienza traumatica che li devasta.
Bambini e adolescenti che si colpevolizzano, pensano di essere loro il problema e di non essere stati all’altezza delle aspettative dei genitori affidatari, si convincono di essere sbagliati, cattivi e che non meritano l’amore di nessuno.
Le persone che decidono di aprirsi all’accoglienza, devono essere informati e formati, è fondamentale che decidano di intraprendere questo percorso in modo consapevole e responsabile, l’affido deve essere un gesto di amore gratuito privo di aspettative o di vuoti da riempire.
E’ pur vero che gli affidatari non devono essere lasciati soli ma devono essere sostenuti e seguiti.
Difficilmente i minori restituiti vengono riportati nella comunità che li ha accolti in precedenza, quando questo avviene, noi educatori ci troviamo difronte a giovani distrutti, devastati dalla sofferenza, sono come un vaso di cristallo rotto in mille pezzi, non hanno più fiducia in nessuno, si colpevolizzano e noi diventiamo il centro su cui sfogare la loro rabbia, la loro frustrazione e il dolore immane; dall’altra parte c’è anche la sofferenza dell’educatore che impotente accoglie di nuovo il minore, si trova difronte un altro giovane con un mondo interiore ancora più frammentato, e tutto il percorso che era stato fatto è perduto.
Da educatrice ho vissuto mio malgrado la restituzione di alcuni minori, c’è tanta rabbia, perchè sono sempre loro che pagano gli errori, gli sbagli, le fragilità degli adulti, quegli adulti che dovrebbero proteggerli e tutelarli ed invece gli spezzano le ali più volte.
Nessun minore si riprende da un affido fallito, molto dipende dal loro carattere, dalla voglia di rivalsa che hanno nei confronti della vita. Alcuni giovani cercano di convivere con questo dolore e lo indirizzano nello studio, nello sport altri purtroppo sopraffatti dalla sofferenza, dalla sfiducia negli adulti, hanno l’anima tormentata e finiscono per prendere strade sbagliate perchè non vedono più la possibilità di avere una vita normale, di avere una famiglia e di essere amati per quello che sono.
La restituzione distrugge il minore nell’anima e psicologicamente.
(Una educatrice di comunità)
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