SPECIALE – Conversazione con Antonia – 4/4
Il nostro viaggio nella genitorialità transgender in compagnia di Antonia Monopoli arriva alla quarta e ultima puntata. E si chiude aprendo una questione forse più scomoda delle altre: se l’affido è già una possibilità per le persone LGBTQIA+, perché è ancora così poco visibile? E parlarne significa ampliare le possibilità di essere famiglia oppure rischia di farlo apparire come la genitorialità concessa a chi trova altre strade chiuse? Con Antonia ci interroghiamo su questa tensione, tornando al centro del lavoro di AFFIDIamoci: il bambino, la sua storia e i suoi bisogni.
1. AFFIDIamoci ha scelto di partire da ciò che esiste già: l’affido familiare, infatti, è aperto anche alle persone LGBTQIA+ grazie alla Legge 184. Ti chiedo allora: se questa è una battaglia già vinta sul piano giuridico, perché le associazioni LGBTQIA+ non l’hanno mai trasformata in una vera battaglia politica e culturale?
Credo che la risposta sia soprattutto nelle priorità che il movimento LGBTQIA+ ha dovuto darsi nel corso della propria storia.
Per molti anni abbiamo avuto davanti battaglie che sembravano più urgenti e immediate: il riconoscimento delle persone transgender, la lotta alla discriminazione, il riconoscimento delle coppie e delle famiglie omogenitoriali, il contrasto alla violenza e, più in generale, la possibilità di vivere la propria identità e la propria affettività senza essere discriminate.
L’affido è rimasto un po’ ai margini anche perché è uno strumento che, secondo me, conosciamo ancora poco. Quando si parla di genitorialità LGBTQIA+, l’immaginario collettivo si concentra molto più facilmente sulla coppia che desidera avere un figlio e sui diritti necessari per poterlo fare. L’affido parte invece da un’altra prospettiva e richiede una disponibilità diversa: non si tratta semplicemente di realizzare il proprio progetto familiare, ma di accogliere un minore che ha già una storia e dei legami.
Credo quindi che sia mancata una vera elaborazione culturale dell’affido all’interno del movimento. E forse c’è anche un’altra ragione: abbiamo spesso avuto paura di essere messi nuovamente nella condizione di dover dimostrare di essere “buoni genitori”. Una persona LGBTQIA+ che si propone come affidataria potrebbe temere che la propria identità venga sottoposta a un’attenzione maggiore rispetto a quella di una persona eterosessuale.
Ma proprio per questo penso che oggi sia arrivato il momento di affrontare il tema.
Se il principio giuridico esiste già, non dobbiamo limitarci a dire che le persone LGBTQIA+ possono accedere all’affido. Dobbiamo fare in modo che sappiano di poterlo fare, che i servizi siano preparati ad accoglierle e che non debbano affrontare il percorso con il timore di essere giudicate per la propria identità.
E soprattutto dobbiamo trasformare questa possibilità giuridica in una possibilità culturale e concreta.
Per me questa potrebbe essere una delle prossime sfide del movimento: non chiedere un privilegio per le persone LGBTQIA+, ma lavorare affinché l’accesso all’affido sia realmente inclusivo e affinché l’identità di genere o l’orientamento sessuale non diventino mai un ostacolo nella valutazione della capacità di prendersi cura di un minore. In questo senso, penso che AFFIDIamoci stia ponendo una domanda molto importante anche alle nostre associazioni: se abbiamo conquistato un diritto, siamo sicuri di aver fatto tutto il necessario perché quel diritto possa essere realmente esercitato?
2. Ti faccio una domanda forse scomoda. Può essere che l’affido venga percepito da una parte del mondo LGBTQIA+ come una forma di genitorialità di serie B? Cioè come qualcosa che, invece di affermare una piena uguaglianza con le coppie eterosessuali, rischia di rafforzare l’idea di essere diversi?
Sì, penso che questa percezione possa esistere, ma personalmente non considero affatto l’affido una genitorialità di serie B.
Forse una parte del problema nasce proprio dal modo in cui abbiamo imparato a parlare di genitorialità. Siamo ancora molto legati all’idea che essere genitori significhi soprattutto generare un figlio, avere con lui un legame biologico e costruire una famiglia propria.
L’affido mette in discussione questa idea, perché non nasce necessariamente dal desiderio di avere un figlio proprio. Nasce dalla disponibilità ad accogliere un bambino che esiste già, che ha una propria storia, una propria famiglia e che in quel momento ha bisogno di adulti capaci di prendersene cura.
Questo, per me, non significa essere genitori di serie B. Significa assumere una responsabilità diversa e, sotto alcuni aspetti, persino più complessa.
Non vorrei però che alle persone LGBTQIA+ venisse mai detto: Non potete avere una famiglia nel modo che desiderate, quindi fate affido! Sarebbe profondamente sbagliato. L’affido non deve diventare un ripiego né un’alternativa concessa a chi appartiene a una minoranza.
Deve essere una possibilità, esattamente come deve esserlo per una persona eterosessuale.
E qui secondo me si trova il vero tema dell’uguaglianza: non essere trattati tutti nello stesso modo, ma avere tutti accesso alle stesse possibilità senza che la nostra identità diventi un limite.
Una persona transgender che sceglie l’affido non dovrebbe essere considerata coraggiosa nonostante sia transgender, né dovrebbe essere vista come una persona che ha scelto una strada diversa perché non poteva fare altro.
Dovrebbe essere valutata per ciò che è, per la sua storia, per le sue risorse, per la sua capacità di relazione e soprattutto per la capacità di prendersi cura di quel bambino.
E penso che anche qui dobbiamo stare molto attente alle parole. Se diciamo che una persona transgender è riuscita a diventare affidataria nonostante la sua identità, stiamo già trasformando quell’identità in un ostacolo.
Preferisco un’altra prospettiva: quella persona può essere una buona affidataria anche grazie al percorso che ha fatto, alle difficoltà che ha attraversato e alle risorse che ha sviluppato.
Non perché essere transgender renda automaticamente una persona più capace di essere genitore -sarebbe un altro stereotipo- ma perché ogni esperienza di vita può costruire consapevolezza, capacità di ascolto, resilienza e sensibilità verso le fragilità.
E allora l’affido non rafforza la nostra diversità. Al contrario, può diventare uno degli strumenti attraverso cui dimostrare una cosa molto semplice: la nostra identità non determina la nostra capacità di amare, educare e prenderci cura di qualcuno.
3. E infine una domanda che facciamo spesso in AFFIDIamoci: vogliamo davvero batterci per il diritto degli adulti a diventare genitori…o per il diritto dei bambini ad avere una Famiglia?
Credo che dobbiamo avere il coraggio di spostare il baricentro della discussione.
Quando parliamo di genitorialità, è naturale parlare del desiderio degli adulti: del loro diritto di costruire una famiglia, delle difficoltà che incontrano, delle discriminazioni che possono subire. Sono questioni importanti e sulle quali dobbiamo continuare a batterci.
Ma quando parliamo di affido, secondo me la prospettiva deve necessariamente cambiare. Al centro deve esserci il bambino.
Non dobbiamo chiederci soltanto se una persona LGBTQIA+ o una persona transgender abbia il diritto di diventare genitore affidatario. Dobbiamo chiederci se quella persona possa rappresentare, per quel determinato bambino, un adulto capace di esserci, di ascoltarlo, di proteggerlo e di accompagnarlo nel suo percorso.
Ed è una differenza sostanziale.
Non penso che dobbiamo scegliere tra il diritto degli adulti e quello dei bambini. Penso però che, nell’affido, il desiderio dell’adulto debba incontrarsi con il bisogno del minore e che, quando questi due elementi vengono valutati, il superiore interesse del bambino debba sempre essere il criterio principale.
Per questo trovo molto interessante la riflessione che AFFIDIamoci sta proponendo.
Se davvero vogliamo una società inclusiva, non possiamo limitarci a dire che una persona transgender può essere affidataria. Dobbiamo arrivare al punto in cui la sua identità di genere non rappresenti più né un’eccezione né un elemento da giustificare.
Dovrà essere valutata per la persona che è e per la capacità che dimostra di avere nella relazione con quel bambino.
E forse questa è la vera rivoluzione culturale: smettere di chiederci se una persona transgender sia abbastanza normale per poter accogliere un bambino e cominciare a chiederci se sia una persona capace di esserci per quel bambino.
Alla fine, nell’affido, non dovrebbe contare tanto chi sei sulla carta, ma come sai esserci nella vita di un bambino.
E se riuscissimo davvero a fare questo cambio di prospettiva, avremmo fatto un passo avanti non soltanto per le persone LGBTQIA+, ma soprattutto per quei bambini che stanno aspettando qualcuno disposto ad accoglierli.
Grazie Antonia! La conversazione finisce qui, ma le domande, decisamente no. Per AFFIDIamoci parlare di genitorialità transgender non significa cercare famiglie speciali per bambini speciali. Significa continuare a chiedere che ogni persona disponibile all’accoglienza venga conosciuta e valutata per le proprie risorse e per la capacità di rispondere ai bisogni di quel bambino. Perché nell’affido non cerchiamo un bambino per una famiglia: cerchiamo una Famiglia per un bambino.
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