PREPARARE GLI ADOLESCENTI ALL’AFFIDO: QUESTIONE DI SENSO (NON SOLO DI VALIGIE)


Dopo dieci anni in una casa famiglia, un adolescente sa perfettamente distinguere tra una relazione educativa e un turno di notte, tra una stanza singola e una doppia. Ma se gli chiedi cos’è una famiglia, risponde: Una famiglia? Tipo…l’ultima spiaggia prima di arrivare ai 18 anni? O un posto dove ti comprano le Nike?

È per questo che preparare i ragazzi e le ragazze più grandi — dagli 8-9 anni in su — a un progetto di affido  non è un dettaglio burocratico, ma una responsabilità educativa profonda. Non si può pensare di spostarli da una comunità ad una casa come se fossero pacchi. Vanno riconosciuti per quello che sono: persone pensanti, capaci di porre domande, di avere paure, desideri, esitazioni.

Ci vuole tempo. Ci vuole dialogo, accompagnamento. Va spiegato, con parole vere, che una famiglia affidataria non è un bancomat né l’ultima spiaggia, ma un luogo dove, forse, si può ricominciare a fidarsi. Un luogo dove qualcuno finalmente ti vede.

È un lavoro delicato che necessita di operatori capaci di restituire senso all’idea stessa di legame. Perché prima ancora che un adolescente entri in una nuova casa, ha bisogno di capire che non sta andando in affido, ma verso qualcuno.

Ogni ragazzo che vive da anni in comunità porta con sé una storia, un vissuto abbandonico. Se entra in una famiglia senza aver capito davvero cosa gli sta succedendo, senza averlo scelto, quel passaggio non è un’opportunità: è un altro trauma.

Per alcuni di loro la parola famiglia evoca solo dolore: non gli si può dire ora ne hai una nuova e aspettarsi che sorridano.

Penso a chi di loro si trova a vivere un conflitto di lealtà

E invece, sempre più spesso, mi capita di leggere progetti di affido in cui il minore viene informato dell’affido solo pochi giorni prima dell’incontro con la famiglia affidataria.


Per non creargli false illusioni

Perché tanto, in fondo, ne sarà felice

Queste le risposte di alcuni operatori.

Ma l’esperienza che ho fatto sul campo, a contatto diretto con questi ragazzi, mi ha insegnato che è proprio questa mancanza di preparazione una delle cause più sottovalutate dei fallimenti in affido: adolescenti non accompagnati, non coinvolti davvero, messi davanti a scelte già fatte.

E a quel punto non basta una famiglia volenterosa, un abbinamento che funziona sulla carta o un profilo ben scritto.

L’affido non è un cambio di indirizzo. È un cambiamento identitario. A volte, è un ribaltamento del proprio modo di stare al mondo. Se non accompagno prima quella persona a interrogarsi su cosa significhi davvero famiglia  -e no, non è una comunità con meno regole né un luogo dove ricevi regali- rischio di mandare tutto all’aria.

Serve tempo. Fiducia. Presenza. Serve un lavoro paziente con ciascun adolescente, per fargli sentire che non si tratta di essere sistemati, ma di essere scelti. E, a propria volta, di poter scegliere.

La buona notizia? Quando lo capiscono, molti di loro non vogliono più solo essere accolti. Vogliono appartenere.

K.F.

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2 thoughts on “PREPARARE GLI ADOLESCENTI ALL’AFFIDO: QUESTIONE DI SENSO (NON SOLO DI VALIGIE)

  1. Mi pare giustissimo, i ragazzi non sono pacchi . Diamo per scontate troppe cose , come se fosse una cosa naturale capire cos’ è una famiglia , si parla tanto di famiglia naturale , ma sappiamo che non esiste , che invece è un’ isituzione culturale che bisogna imparare

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